Vintage Season

 

Vintage Season

"Vintage Season", tradotto nel nostro paese come "La buona annata", è un romanzo breve che Catherine L. Moore e Henry Kuttner pubblicarono nel 1946 sotto lo pseudonimo di Lawrence O'Donnell. Subito accolto con favore dai lettori, guadagnò col tempo il meritato status di una delle più belle storie della science fiction. La vicenda ruota intorno a una casa affittata a tre curiosi personaggi che si riveleranno essere dei "turisti del tempo", provenienti dal futuro allo scopo di vedere con i propri occhi alcuni momenti significativi della storia umana. Purtroppo, come realizzerà il proprietario dell'abitazione, il momento in cui vive è l'imminenza di una catastrofe alla quale i visitatori non intendono porre rimedio per non interferire con la storia passata e, di conseguenza, con la loro stessa esistenza. La trasmissione che porta il nome del romanzo, meno fosca nelle premesse, intende compiere dei percorsi tra momenti storici e generi musicali anche apparentemente distanti, seguendo personali suggestioni e unendo i puntini come quel gioco di un noto settimanale enigmistico. In tema di relazione col passato, la vediamo come prosecuzione con mezzi moderni di una trasmissione che si chiamava appunto "La buona annata" e che andò in onda per alcuni anni sulle frequenze di una storica emittente varesina. Buoni ascolti!

w/ Shadow Weaver

Shadow Weaver ama tessere dei fili nell’oscurità. Da giovane faceva dei collage che chiamava incollaggi e una volta ha composto una poesia fatta di refusi di stampa. Nella vita procede in ordine alfabetico: ha cominciato con l’Agraria e adesso è nella Cultura. Quale sarà il prossimo passo? Magari il Detective. Però del Paranormale, così ci portiamo un po’ avanti. 

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09/07/2024

Fields of people

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Eccoci giunti all’ultima trasmissione della stagione, dedicata alle cover.

A differenza di un paio di analoghe emissioni precedenti, qui prendiamo in considerazione riletture effettuate a non molta distanza di tempo dagli originali.

I quali sono per la massima parte notissimi. Con un paio di eccezioni sulle quali vale la pena di spendere qualche pedante annotazione.

Quando Eric Burdon atterrò nell’assolata California alla ricerca di buone vibrazioni pensò di rifondare gli Animals con un gruppo di musicisti completamente differente. Tra essi il futuro Police Andy Summers (che transitò brevemente anche nei Soft Machine) e il tastierista George Bruno Money, in arte Zoot Money. ‘Madman’ proviene dal repertorio dei Dantalian’s Chariot, dei quali facevano parte entrambi.

‘Fields of people’ proviene invece dal primo album degli Ars Nova, band di New York che incise un paio di album per la Elektra al finire dei Sessanta, non priva di qualche affinità con i concittadini Left Banke.

I Move dilatano a dismisura l’originale aggiungendovi un finale strumentale di ardua interpretazione: è un’affettuosa parodia della psichedelia o semplicemente il frutto della nota eccentricità di quelli di Birmingham?

Buone vacanze e a risentirci presto su queste frequenze!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLOOMFIELD, KOOPER, STILLS, Season of the witch (Super session, 1968) [DONOVAN]
  3. DON ‘SUGARCANE’ HARRIS, Eleanor Rigby (Fiddler on the rock, 1971) [BEATLES]
  4. ISAAC HAYES, Walk on by (Hot buttered soul, 1969) [BURT BACHARACH]
  5. THE GIL EVANS ORCHESTRA, Castles made of sand / Foxey lady (The Gil Evans Orchestra plays the music of Jimi Hendrix, 1974) [JIMI HENDRIX]
  6. ERIC BURDON AND THE ANIMALS, Madman (Love is, 1968) [DANTALIAN’S CHARIOT]
  7. MOVE, Fields of people (Shazam, 1970) [ARS NOVA]
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25/06/2024

Forse... Gudrun?

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Non pochi sono gli artisti italiani presenti in quella ghiotta Mappa del Tesoro che è la NWW List. Tra essi i Pierrot Lunaire, gruppo romano autore di due album: omonimo il primo del 1974 e ‘Gudrun’ uscito tre anni dopo.

L’ambito è quello del progressive ma più che nel filone classico (Orme, Banco, PFM...) i nostri si collocano tra gli eccentrici, con qualche affinità con Saint Just (‘Pierrot Lunaire’) e Opus Avantra (‘Gudrun’).

Nel 2011 uscirà una sorta di appendice alla discografia del gruppo, laconicamente intitolata ‘Tre’, divisa a metà tra inediti e riletture da parte di artisti più giovani di indiscusso prestigio quali Il segno del comando e gli InSonar di Claudio Milano.

A complemento aggiungiamo un paio di collaborazioni: un brano della cantante siciliana Emma ‘Muzzi’ Loffredo, felicissimo incontro di tradizione e avanguardia, e uno da ‘Floret silva’ della musicista e terapeuta Kay Hoffman uscito nel 1985 per la giapponese Belle Antique.

Dalla copiosa produzione di Arturo Stalteri traiamo una delle riletture del repertorio del Battiato più sperimentale: il disco ‘In sete altere’. ‘Propiedad prohibida’ compariva su ‘Clic’ del 1975, album che (insieme al capolavoro ‘Sulle corde di Aries’) non è troppo distante da quel gioiellino che risponde al nome di ‘Gudrun’.

E se lo dice Steven Stapleton...

A presto per la puntata conclusiva della stagione!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PIERROT LUNAIRE, Ouverture XV (Pierrot lunaire, 1974)
  3. MUZZI LOFFREDO, Maaria (Tu ti nni futti!, 1976)
  4. PIERROT LUNAIRE, Il re di Raipure (Pierrot lunaire, 1974)
  5. PIERROT LUNAIRE, Gudrun (Gudrun, 1977)
  6. KAY HOFFMAN, Quot sunt horae (Floret silva, 1985)
  7. PIERROT LUNAIRE, Giovane madre (Gudrun, 1977)
  8. PIERROT LUNAIRE, Narciso (Pierrot lunaire, 1974)
  9. PIERROT LUNAIRE, What’d you say (Pierrot lunaire tre, 2011)
  10. INSONAR, Plaisir d’amour (Pierrot lunaire tre, 2011)
  11. PIERROT LUNAIRE, Sonde in profondità (Pierrot lunaire tre, 2011)
  12. ARTURO STALTERI, Propriedad prohibida (In sete altere, 2014)
  13. ARTURO STALTERI, Passio sulle dune (Racconti brevi, 1994)
  14. PIERROT LUNAIRE, Morella (Gudrun, 1977)
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11/06/2024

Celestial ocean

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"Only listen once a day to this record. Your brain might be destroyed”. Lo si potrebbe dire di molta musica attuale ma con un’accezione diversa rispetto a quanto intendevano quelli della label svizzera Hallelujah quando nel 1971 pubblicarono l’album d’esordio dei Brainticket. Monito o stuzzicante avvertenza che fosse, finì per creare qualche problema di distribuzione a un lavoro che, in certa misura, manteneva quanto promesso.

Psichedelico assai, il gruppo era sostanzialmente una proiezione della forte personalità di Joel Vandroogenbroeck, flautista e tastierista belga che per realizzare il suo progetto pensò bene di accasarsi tra Italia e confederazione elvetica. Attorno al gruppo si costruì una certa aria di mistero ma a parte il nome (agli esordi non era chiaro se si chiamassero Brainticket o Cottonwoodhill) il vero mistero è proprio  Vandroogenbroeck. Partito da un jazz tradizionale e pulitino mise successivamente in piedi dei gruppetti di beat e soul: non ci è chiaro pertanto come possa avere preso la direzione di un prog psichedelico piuttosto ‘forte’. Ipotizziamo una tardiva (era nato nel 1938) conversione allo Zeitgeist o un eccesso di funghetti nel risotto.

I Brainticket ebbero un buon seguito nel nostro paese (esiste un live registrato nel 1973 a Roma che ebbe discreta diffusione in cassetta prima della pubblicazione ufficiale nel 2011) e, sotto contatto con la RCA,  Vandroogenbroeck, collaborò a lavori di artisti italiani, come ‘Orfeo 9’ di Tito Schipa Jr. e ‘Mu’ di Riccardo (all’epoca Richard) Cocciante. Disco che merita senza indugio un ascolto se possedete un palato forte: è roba da non credere (ma, in tema del continente perduto di Mu, risultati artistici decisamente più validi li raggiunse Merrel Fankhauser, sul quale probabilmente torneremo tra un po’).

I dischi dei primi anni Ottanta sono di fatto opere soliste di  Vandroogenbroeck, il quale realizzerà poi numerosi album new age e di library music. Non mancarono nemmeno estemporanee reunion, come ‘Past, present & future’ del 2015 in cui si riprende in maniera convincente la fascinazione per la mitologia dell’Antico Egitto, alla base del notevole ‘Celestial ocean’ del 1973.

A tutto ciò aggiungiamo un paio di cosette collaterali: una partecipazione a un disco dello ‘spirito affine’ Nik Turner e un delicato brano dei Toad, solida formazione italo-svizzera di rock blues in cui militava il batterista Cosimo Lampis.

Vandroogenbroeck trascorse gli ultimi anni in Messico, da dove nel 2019 intraprese il cammino verso i misteri dell’Oltretomba accompagnato da Anubi.

Only listen once a day...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BRAINTICKET, Radagacuca (Psychonaut, 1971)
  3. RICHARD COCCIANTE, Festa (Mu, 1972)
  4. BRAINTICKET, Black sand (Cottonwoodhill, 1971)
  5. BRAINTICKET, Egyptian kings (Celestial ocean, 1973)
  6. BRAINTICKET, Places of light (Cottonwoodhill, 1971)
  7. NIK TURNER, Spiritual machines (Space fusion odyssey, 2015)
  8. BRAINTICKET, Egyptian gods of the sky (Past, present & future, 2015)
  9. BRAINTICKET, Machinery (Adventure, 1980) [bonus track]
  10. JOEL VANDROOGENBROECK, Procession (Far view, 2021)
  11. TOAD, Blind chapman’s tales (Tomorrow blue, 1972)
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28/05/2024

I am Damo Suzuki

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Opinione condivisa con diversi amici è che in Germania tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta si produsse una delle musiche più libere e visionarie del secolo trascorso. 

I gruppi dell’epoca presentavano caratteri ben spiccati e il tentativo di raggrupparli in correnti o etichette lascia, come sempre, il tempo che trova. La puntata di oggi è dedicata a uno dei nostri preferiti: gli immensi Can, di cui fece parte per qualche tempo Damo Suzuki.

Giapponese di Kobe, Suzuki girovagò per qualche tempo per l’Europa fino a quando, mentre si esibiva a un angolo di strada di Monaco, attirò l’attenzione di Jaki Liebezeit e Holger Czukay.

I Can erano all’epoca in cerca di un cantane che sostituisse Malcom Mooney, tornatosene negli Stati Uniti dopo aver contribuito alla realizzazione di ‘Monster movie’.

Suzuki fornì un apporto fondamentale ai tre dischi più importanti dei Can (‘Tago Mago’, Ege Bamyasi’ e ‘Future days’) fino a quando, nel 1973, abbandonò la musica per entrare nei Testimoni di Geova.

Dopo una decina d’anni Suzuki riapparve e avviò una serie di notevoli collaborazioni di cui diamo in piccolissima parte conto nella trasmissione odierna, rispettosamente dedicata a Damo Suzuki e al suo amico Mark E. Smith.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FALL, I am Damo Suzuki (This nation’s saving grace, 1985)
  3. CAN, Mushroom (Tago Mago, 1971)
  4. CAN, Bel Air (Future days, 1973)
  5. DAMO SUZUKI & LAPIS LAZULI, Cheap mirror (Live @Ramsgate Music Hall 21.09.2019)
  6. DAMO SUZUKI & SPIRITCZUALIC ENHANCEMENT CENTER, Beja (Arkaoda, 2022)
  7. CAN, Sing swan song (Ege Bamyasi, 1972)
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14/05/2024

L'amico dell'amico dell'amico

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Quando si pose il problema di rimpiazzare lo sfortunato Jim Morrison, i rimanenti Doors vagliarono più di un’ipotesi. Uno dei papabili era niente meno che Paul McCartney, immaginato però più in chiave di bassista che di cantante. Però, insomma, già che c’era…

Oltre al dinamico Iggy Pop si pensò anche a Howard Werth, cantante di un gruppo prog britannico che portava il nome di Audience.

Com’è noto non se ne fece niente e il gruppo proseguì l’attività fino al 1973 come trio e registrando altri due album: ‘Other voices’ del 1971 e ‘Full circle’ dell’anno successivo, degno di nota per la terrificante copertina.

Di copertine invece se ne intendeva Howard Werth che come molti talenti del rock inglese arrivava dalle art school e che fece il suo ingresso nel mondo del musicale proprio come grafico. Nello specifico nei ranghi della prestigiosa etichetta Pye per la quale realizzò alcune copertine per artisti di primo piano, come Kinks e Sandie Shaw.

Werth conduceva parallelamente un’attività di musicista che portò alla nascita degli Audience nel 1969, anno in cui uscì per la Polydor l’album omonimo.

Già dall’anno successivo passarono alla Charisma di Tony Stratton Smith, trovandosi nella stessa scuderia di, per dire, Van Der Graaf Generator, Genesis e (per un paio d’anni) Hawkwind.

La collocazione era decisamente confacente al prog piuttosto eclettico del gruppo, caratterizzato dalla voce molto particolare di Werth e dai fiati di Keith Gemmell. Per quanto estremamente personali non mancano qua e là affinità con i VDGG (‘The house on the hill’) o addirittura i Black Widow (la scorreria vichinga di ‘Raid’).

Nel 1972, dopo tre lavori per la Charisma, il gruppo decide di sciogliersi e Werth, si diceva, viene contattato da Ray Manzarek. Gemmell entra per qualche tempo negli Stackridge, onesto gruppo a cavallo tra prog e folk-rock prossimo ai Renaissance.

Rimasto in contatto con Manzarek, Howard Werth trascorse poi qualche anno sotto il sole californiano, collaborando con la Magic Band di Captain Beefheart e con lo stesso Manzarek. E non mancò nemmeno qualche sporadica reunion degli Audience, per la gioia di noi vecchi progsters!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. AUDIENCE, Jackdaw (The house on the hill, 1971)
  3. AUDIENCE, Priestess (Friend’s friend’s friend, 1970)
  4. AUDIENCE, Stand by the door (Lunch, 1972)
  5. AUDIENCE, The house on the hill (The house on the hill, 1971)
  6. AUDIENCE, Raid (Friend’s friend’s friend, 1970)
  7. AUDIENCE, Hula girl (Lunch, 1972)
  8. STACKRIDGE, Essence of porphyry (Stackridge, 1971)
  9. AUDIENCE, Raviolé (The house on the hill, 1971)
  10. HOWARD WERTH & THE MOONBEAMS, Ugly water (King Brilliant, 1975)
  11. AUDIENCE, Elixir of youth (Lunch, 1972)
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30/04/2024

Summertime Blues

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All’inizio
del 1968 un gruppo cai
liforniano
ottenne un imprevedibile piazzamento ai piani alti delle classifiche
con un’aggressiva cover di una canzone scritta dieci anni prima da
uno sfortunato rocker: un successo quanto meno improbabile sulla
carta ma evidentemente il pezzo intercettò un bisogno di novità da
parte degli acoltatori.

L’autore era Eddie Cochran,
tragicamente scomparso nel 1960, e la canzone (‘Summertime blues’
),
pubblicata
anche come singolo,

apriva
l’album d’esordio dei Blue Cheer: ‘
Vincebus
eruptum’.

L’altra stranezza è che il gruppo era basato
nella
lisergica e rilassata

San Francisco ma la ruvidezza del disco porterebbe a collocarli,
rimanendo in ambito californiano, a Los Angeles, la cui scena
musicale (Seeds,
Love,
Doors...)
possedeva un tono nettamente più cupo e nevrotico. Forse,
ipotizziamo, a cagione della prossimità al Grande Opificio di
Illusioni di Hollywood.

Si tende spesso a guardare agli artisti
del passato con la riduttiva ottica di meri anticipatori di tendenze
conte
mporanee,
con un eccessivo appiatimento sul presente.
Che
è
poi
ormai
un eterno presente.
D’altro
canto non ci si può esimere dal mettere le cose un po’ in
sequenza… I Blue Cheer sono oggi giustamente annoverati tra i
precursori del metal e per inquadrare le origini della loro musica
bisogna risalire al rock’n’roll e,
a
monte
,
al blues: metà di ‘Vincebus eruptum’ è occupata da cover.
Accanto a ‘Summertime blues’ troviamo la
celeberrima
‘Rock me baby’ di B.B. King e ‘Parchment farm’ di Mose
Allison
(a
sua volta
elaborazione
della canzone scritta nel 1940 da Bukka White durante la detenzione
in quel penitenziario, uno dei più duri degli Stati Uniti).

Nel
corso degli anni il sound dei Blue Cheer si ammorbidì, avvicinandoli
a Iron Butterfly,
Mountain
o
Steppenwolf,
e la carriera del gruppo proseguì fino al 2009 con un avvicendamento
di musicisti da capogiro.

Come
tutte le band longeve i Blue Cheer contarono non pochi antecedenti e
diramazioni. Ad esempio gli Other Half di Randy Holden, a metà
strada tra garage punk alla ‘Nuggets’ e psichedelia. La
bellissima ‘Trieulogy’ è invece tratta dall’unico album
omonimo dei Kak di Gary Yoder: pubblicato con scarso rilievo nel 1968
divenne col tempo un
disco
di culto tra gli amanti di quella psichedelia un po’ eccentrica
prossima a Moby Grape e Quicksilver.

Randy Holden, chitarrista e
pittore la cui militanza nei Blue Cheer fu poco più di una meteora,
fu artefice nel 1970 di ‘Population II’, un altro disco che aprì
le menti di molti futuri heavy metal kids.

Il titolo, a tutta
prima un tantino misterioso, fa riferimento
alla
classificazione delle stelle sulla base della loro composizione
chimica: il nostro sole ad esempio appartiene alla popolazione I.
Visto che la popolazione III venne aggiunta solo nel 1978, Randy
Holden ha pensato bene di intitolare, coerentemente, il suo ottimo
lavoro del 2022… ‘Population III’!



Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLUE CHEER, Summertime blues (Vincebus eruptum, 1968)
  3. BLUE CHEER, Feathers from your tree (Outsideinside, 1968)
  4. BLUE CHEER, Parchment farm (Vincebus eruptum, 1968)
  5. THE OTHER HALF, I need you (The other half, 1968)
  6. BLUE CHEER, Saturday freedom (Blue Cheer, 1969)
  7. RANDY HOLDEN, Keeper of my flame (Population II, 1970)
  8. BLUE CHEER, Fruit and iceburgs (New! Improved!, 1969)
  9. KAK, Trieulogy (Golgotha – Mirage -Rain) (Kak, 1969)
  10. RANDY HOLDEN, Living end (Population III, 2022)
  11. LEIGH STEPHENS, Chunk of funk (And a cast of thousands, 1971)
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16/04/2024

Due teste sono meglio di una (ma dipende dalle teste)

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Una delle ragioni che rese unico e irripetibile il decennio musicale a cavallo tra Sessanta e Settanta fu senz’altro la stretta collaborazione tra musicisti, poeti, artisti e registi.

Una figura che si presta a meraviglia per esemplificare questa (peraltro poco originale) affermazione è Pete Brown, la cui penna sta dietro ad alcune delle canzoni più note dei Cream, ma la cui relazione con il mondo del musicale fu ben più lunga e articolata.

Nato il giorno di Natale del 1940, Brown fu poeta precocissimo, pubblicando quattordicenne sulla Evergreen Review. Importante esponente della scena beat britannica, Brown collaborò con Michael Horovitz e con i poeti della scena di Liverpool, sui quali probabilmente torneremo in una delle prossime puntate in virtù del loro stretto legame con la musica. E poi perché... erano molto simpatici!

Dopo una collaborazione con il chitarrista Davey Graham, Brown diede vita alla First Real Poetry Band insieme a, tra gli altri, John McLaughlin e Laurie Allan (Delivery, Gong, Robert Wyatt).

Questa esperienza rappresentò un salto di qualità nella carriera di Brown, attirando l’attenzione di uno dei più importanti gruppi dell’epoca: i Cream. Dopo un’iniziale sodalizio con Ginger Baker, Brown scoprì una maggiore affinità con Jack Bruce. Brown fornì poi un importante apporto a diversi dischi solisti del bassista, come ‘Songs for a taylor’, da cui proponiamo ‘Theme for an imaginary western’ nella versione dei Mountain (altre belle cover sono quelle di Colosseum e Greenslade).

Con i Cream entra in gioco un altro personaggio (parecchio strano in verità) con il quale realizzerà un disco (‘Two heads are better than one’) nel 1972: Graham Bond, uno dei padri del british blues accanto ad Alexis Korner e John Mayall.

Dal vivaio di Bond proveniva anche il sassofonista Dick Heckstall-Smith (Colosseum) che con Chris Spedding e altri farà parte dei Battered Ornaments, travagliato progetto di Brown successivo ai Cream.

Prima della collaborazione con Bond non si può non menzionare un altro folle progetto: Piblokto! Già dal nome, preso da un disturbo mentale peculiare di alcune popolazioni artiche.

Il 1972, si diceva, fu l’anno della collaborazione con Graham Bond che, oltre all’album, fruttò un singolo e la colonna sonora di ‘Maltamour’, bizzarro documentario su Malta realizzato secondo i moduli espessivi del cinema sperimentale: la regia è di Murray Grigor e vede il grande artista Pop italo-scozzese Eduardo Paolozzi   nei panni di un turista girovagante per l’isola! Imperdibile per i cultori dell’anarcoide libertà creativa dei Settanta, è disponibile sul sito della National Library of Scotland (v. link).

Altri progetti attendono però il vulcanico Bond che nel 1973 mette in piedi Magus con Carolanne Pegg, metà del duo Mr. Fox e successivamente etnomusicologa che concentrò i suoi studi su Mongolia e Siberia. Con queste premesse è un vero peccato dover rubricare i Magus nella Discoteca di Babele, non avendo essi lasciato testimonianza discografica alcuna.

Dal 1977 Brown sposta i suoi interessi verso il cinema e la letteratura, senza però mai abbandonare del tutto la musica, collaborando a lungo con il tastierista Phil Ryan (già con Piblokto! e poi con i grandissimi Man, la risposta gallese ai Quicksilver).

Altra importante partecipazione è quella a ‘Curly’s Airships’ (2000) di Chris Judge Smith, cofondatore dei Van Der Graaf Generator.

L’opera di Pete Brown, si diceva, rappresenta uno snodo paradigmatico di un’epoca di straordinaria creatività e fecondi scambi tra le arti. Che giunge inaspettatamente fino a un presente apparentemente distante dall’irsuto poeta britannico: cosa potrebbe mai legare Brown al Leone d’oro di Venezia e al premio Oscar? Pochissimi gradi di separazione in verità: apprendiamo che Brown venne citato in un racconto del 1983 di Alasdair Gray, lo scrittore scozzese il cui ‘Poor things’ è stato portato sullo schermo da Yorgos Lanthimos!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CREAM, White room (Wheels of fire, 1968)
  3. GRAHAM BOND & PETE BROWN, Lost tribe (Two heads are better than one, 1972)
  4. CREAM, Swlabr (Disraeli gears, 1967)
  5. MOUNTAIN, Theme from an imaginary western (Climbing!, 1970)
  6. GRAHAM BOND & PETE BROWN, Macumbe (Two heads are better than one, 1972)
  7. BATTERED ORNAMENTS, Smoke rings (Mantle-piece, 1969)
  8. JACK BRUCE, Escape to the Royal Wood (on ice) (Harmony row, 1971)
  9. PETE BROWN & PIBLOKTO!, If they could only see me now (parts 1 & 2) (Thousands on a raft, 1970)
  10. JACK BRUCE, To Isengard (Songs for a taylor, 1969)
  11. PETE BROWN & IAN LYNN, Party in the rain (Party in the rain, 1982)
  12. PIBLOKTO!, High flying electric bird (Things may come and things may go, but the art school dance goes on forever, 1970)
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02/04/2024

Blues obituary

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Intorno alla metà dei Sessanta nel loro paese i vecchi bluesmen non se li filava quasi più nessuno.

Qualcuno, come l’ineffabile Leadbelly, si riciclò come scaltro guitto per le elite intellettuali del Village alla ricerca dell’Autenticità: niente di meno! Peccato che la tribù dei Tasaday venne scoperta (o inventata) solo nel 1971 [vedi le puntate del 4 aprile e 16 maggio 2023].

Molti invece traversarono l’Atlantico alla volta dell’Europa (l’itinerante American Folk Blues Festival prende l’avvio nel 1962 grazie all’intraprendenza di giornalisti e promoters tedeschi) dove trovarono calorosa accoglienza da parte di un manipolo di giovani che li vedeva come dei miti viventi e con i quali presero a esibirsi e registrare dischi.

Tra costoro, guidato da Tony McPhee, spiccava per chiarezza d’idee un trio infervorato dal culto di John Lee Hooker, fin dal nome: The Groundhogs, derivato da una canzone del maestro.

Il gruppo accompagnò Hooker nella registrazione dell’album ‘And seven nigths’ del 1964, ma affiancò anche Little Walter, Jimmy Reed e Champion Jack Dupree.

Nel 1968 viene pubblicato l’esordio dei Groundhogs: ‘Scratchin’ the surface’, prodotto da Mike Batt, giovane di belle speranze che avrà poi una fortunata carriera nel mondo del musicale.

Già si avvertono i tratti distintivi del gruppo, riflesso della complessa personalità di McPhee: metabolizzate grammatica e sintassi del blues se ne fa il punto di partenza per sviluppare una visione estremamente peculiare. Distanti dall’approccio derivativo e calligrafico di gran parte parte dei fautori del blues revival, sotto il segno di John Lee Hooker i Groundhogs plasmano un suono nervoso e ossessivo, frutto di una nevrosi urbana profonda e incurabile.

Il discorso, ancor più esplicito con il successivo ‘Blues obituary’ del 1969, è in sintonia con lo spirito dei tempi e questa fortunata congiuntura porta per qualche tempo ai Groundhogs un buon successo commerciale e un ingaggio da parte degli Stones per il loro tour britannico del 1971.

Allineati con lo Zeitgeist sono anche altri elementi: l’adozione della struttura del concept album (parzialmente declinata verso l’ironia: ‘Who will save the world? The mighty Groundhogs!’ del 1972), la metabolizzazione (ma solo quanto basta) di suggestioni hard e progressive. Ma la poetica rimane sempre personalissima, anche in modo doloroso: McPhee dichiara che la suite che occupa la prima facciata di ‘Split’ è il risultato di "a mental aberration... a panic attack that lasted a few months".

Con ‘Solid’ del 1974 si chiude il periodo ‘classico’ del gruppo, ma la sigla verrà utilizzata da McPhee nel corso dei quarant’anni a seguire per dischi e concerti all’insegna dell’integrità e della devozione a una sua idea del blues, tra tradizione e scomposizione cubista. Grande estimatore di McPhee è David Tibet, che nel 2014 lo chiamò a collaborare all’album ‘I am the last of all the field that fell’ (in ottima compagnia: John Zorn, Anthony, Andrew Liles, James Blackshaw…). Ma già nel 1994 i Current registrarono una cover della bellissima ‘Sad go round’ dei Groundhogs: l’abbiamo proposta nella prima puntata di VS.

Un altro illustre estimatore dei Groundhogs fu il compianto Mark E. Smith che incluse una cover di ‘Strange town’ nell’album ‘Imperial wax solvent’ del 2008.

Non siamo mai stati dei collezionisti ma, giusto trent’anni fa, andammo a una delle prime edizioni di Vinilmania, giusto per vedere i Groundhogs: era una splendida giornata dell’inizio di giugno e soffiava un forte vento che scompigliava i lunghi e radi capelli di Tony McPhee, come si può vedere dalla foto di copertina del disco tratto dall’esibizione e didascalicamente intitolato ‘Gone with the wind’.

Ad assistere al concerto era con noi l’amico Sonny, al quale rispettosamente dedichiamo questa puntata di VS!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GROUNDHOGS, Mr Hooker, Sir John (Hogwash, 1972)
  3. TONY McPHEE, Take it out (The Two Sides Of Tony (T.S.) McPhee, 1973)
  4. GROUNDHOGS, Men trouble (Scratching the surface, 1968)
  5. GROUNDHOGS, Daze of the week (Blues obituary, 1969)
  6. GROUNDHOGS, Mistreated (Blues obituary, 1969)
  7. GROUNDHOGS, Cherry red (Split, 1971)
  8. GROUNDHOGS, Strange town (Thank Christ for the bomb, 1970)
  9. GROUNDHOGS, I love Miss Ogyny (Hogwash, 1972)
  10. GROUNDHOGS, Death of the sun (Who will save the world? The mighty Groundhogs, 1972)
  11. GROUNDHOGS, Sad is the hunter (Hogwash, 1972)
  12. GROUNDHOGS, Sad go round (Solid, 1974)
  13. CURRENT 93, And onto PickNickMagick (I am the last of all the field that fell, 2014)
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19/03/2024

Barnyard in orbit

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Cinquantesima puntata per Vintage Season!

Festeggiamo con un viaggio di un’oretta fuori dai confini della stratosfera.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. VIRGILIO SAVONA, Little green man (Pianeta pericoloso, 1969)
  3. WHITE NOISE, Lift off (White Noise III - Re-entry, 1980)
  4. AMEDEO TOMMASI, Telespazio (Spazio, 1973)
  5. JEAN-JACQUES PERREY, Barnyard in orbit (Jean-Jacques Perrey et son Ondioline, 2017)
  6. MORT GARSON, Moon journey (Journey to the Moon and beyond, 2023)
  7. DESMOND LESLIE, Destruction of the flies (Music of the future, 1960)
  8. STOMU YAMASHTA, Space theme (Go, 1976)
  9. TOM DISSEVELT & KID BALTAN, The ray makers (Song of the second Moon, 1968)
  10. GIULIANO SORGINI, Raccoglimento astrale (Elettroformule, 1972)
  11. DELIA DERBYSHIRE, Celestial cantabile (Electrosonic, 1972)
  12. VLADIMIR USSACHEVSKY & OTTO LUENING, Moonflight (Tape music, 1968)
  13. DAPHNE ORAM, Rockets in Ursa Major (Oramics, 2007)
  14. RAYMOND SCOTT, Space mistery (Three willow park, 2017)
  15. WENDY CARLOS, Cosmological impressions: I.C. (Intergalactic communications) (Wendy Carlos’ digital moonscapes, 1984)
  16. WILBURN BURCHETTE, Dance of the zodiac (Occult concert, 1971)
  17. WHITE NOISE, Splashdown 1 (White Noise III - Re-entry, 1980)
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05/03/2024

Rawalpindi blues

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Puntata della Festa della Donna dedicata a Carla Bley, la grande jazzista scomparsa lo scorso anno.
Buona Festa della Donna!


Tracklist:

  1. IGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GARY BURTON, Silent spring (A genuine Tong funeral, 1968)
  3. CARLA BLEY, Rawalpindi blues (Escalator over the hill, 1971)
  4. CARLA BLEY, Indonesian dock sucking supreme (Tropic appetites, 1974)
  5. CARLA BLEY, The banana quintet – Four banana (The Lost Chords find Paolo Fresu, 2007)
  6. CARLA BLEY, Walking batteriewoman (Social studies, 1981)
  7. CARLA BLEY, ANDY SHEPPARD, STEVE SWALLOW, Andando el tiempo: camino al volver (Andando el tiempo, 2016)
  8. NICK MASON, I’m a mineralist (Nick Mason's fictitious sports, 1981)
  9. CARLA BLEY, Valse sinistre (Social studies, 1981)
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20/02/2024

Worried man blues

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Uno dei più bei dischi usciti lo scorso anno è per noi ‘Trouble on Big Beat Street’ dei Pere Ubu.

Coadiuvato da collaboratori di lunga data e a dispetto dei problemi di salute David Thomas ci ha regalato l’ennesimo gioiellino.

Lo omaggiamo con una puntata che include sì alcune cose degli Ubu ma lascia largo spazio a progetti collaterali e dischi solisti.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PERE UBU, Worried man blues (Trouble On Big Beat Street, 2023)
  3. RED CRAYOLA, X (Soldier-Talk, 1979)
  4. ROCKET FROM THE TOMBS, Sonic reducer (Rocket redux, 2004)
  5. PERE UBU, 30 seconds over Tokyo (30 seconds over Tokyo / Heart of darkness, 1975)
  6. TRIPOD JIMMIE, Famous dogs (A warning to all strangers, 1986)
  7. RALPH CARNEY & DAVID THOMAS, Sunset in Hibernia (Bowling balls from hell, 1980)
  8. ALLEN RAVENSTINE, Shoot this dog (Waiting for the bomb, 2018)
  9. PETER LAUGHNER, Sylvia Plath (Take the guitar player for a ride, 1993)
  10. HOME AND GARDEN, The bells of Ever and Never (History and geography, 1984)
  11. THE BOOK OF KNOTS, Obituary for the future (Garden of fainting stars, 2011)
  12. PERE UBU, Carnival (Carnival of souls, 2014)
  13. PERE UBU, Humor me (The modern dance, 1978)
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06/02/2024

Industrial music for industrial people

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 “Pochi artisti possono dimostrare attraverso la loro storia di avere perseguito gli scopi della propria vita con genuino sdegno per le opinioni e le ricompense della società. Si può dire tranquillamente che, attraverso il suo lavoro, per la maggior parte impubblicabile, Monte Cazazza ha dimostrato un impegno focalizzato e perverso estraneo a qualsiasi compromesso dovuto all’ambizione o al semplice desiderio di piacere. Un impegno che è il solo giustificabile: la purezza della propria visione interiore, nutrita da un’enorme risorsa del mondo contemporaneo: lo humour nero. E per il mondo contemporaneo ridere è l’unica medicina rimasta… “

L’anno trascorso è stato un vero obitorio per gli Avvertiti. In tanti hanno intrapreso il lungo viaggio verso l’Altro Lato del Sole: Carla Bley, Tony Hill, Tony McPhee, Brian Godding, Pete Brown... e ci fermiamo qui altrimenti ci vengono le lacrime agli occhi.

Ci consoliamo pensando che non moriranno mai perché la loro Arte è immortale (vabbè, si fa per dire…) però, allo stesso tempo, questa ecatombe ci fa sentire un po’ vecchi.

Nelle prossime puntate non mancheremo di ricordali. E cominciamo con  l’odierna emissione, rispettosamente dedicata a Monte Cazazza.

Non possiamo far altro che sottoscrivere le parole poste in esergo, tratte dall’ ‘Industrial culture handbook’ (specificamente l’edizione italiana purgata del 1998 per i tipi della Shake). Solo un individuo abietto e in malafede potrebbe disconoscere l’apporto di Cazazza alla cosiddetta cultura industriale. A partire dal nome dell’etichetta discografica dei TG e relativo motto, che è poi il titolo della trasmissione.

L’aspetto musicale del copioso lavoro di Cazazza forse non è nemmeno il più rilevante: poche cose uscite a suo nome, in gran parte compendiate nell’antologia ‘The worst of Monte Cazazza’ del 1992.

Rilevante invece l’apporto fornito dalle collaborazioni, che seguirono per lo più due orientamenti: i californiani Factrix e i Throbbing Gristle, per poi proseguire con Psychic TV e CTI – Chris & Cosey.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. FACTRIX, Eerie lights (Scheintot, 1981)
  3. FACTRIX & MONTE CAZAZZA, Zanoni (Prescient dreams / Zanoni, 1983)
  4. MONTE CAZAZZA, First, last (Something for nobody, 1980)
  5. FACTRIX & MONTE CAZAZZA, ProManSon (California Babylon, 1982)
  6. MONTE CAZAZZA, To mom on mother’s day (To mom on mother’s day / Candy man, 1979)
  7. LEATHER NUN, Slow death (live) (Slow death, 1984)
  8. CTI, Future shock (Core - A Conspiracy International Project, 1988)
  9. ATOM SMASHERS, Mark of the devil (First strike, 1986)
  10. TELEVISION PERSONALITIES, Godstar (Don’t cry baby… it’s only a movie, 1998)
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23/01/2024

Relics of our past

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Ed
ecco la seconda parte de “le cose dello scorso anno che ci sono
piaciute”, più rilassata e sognante delle precedente.


Buon
ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MASSIMO PUPILLO, Beaivi (Our forgotten ancestors)
  3. AMON TOBIN, Ghost of a star (Hole in the ground)
  4. BIOSPHERE, Franklin’s dream (Inland delta)
  5. DAVID TOOP & LAWRENCE ENGLISH, Long night (The shell that speaks the sea)
  6. DAVID CUNNINGHAM, Water systemised (Grey scale [1977])
  7. ANDRE MATOS & JEREMY UDDEN, Stoichiometry (Wandering souls)
  8. KATE CARR, Shy, typically alone or in pairs (A field guide to phantasmic birds)
  9. SHACKLETON & WACLAW ZIMPEL, Relics of our past (In the cell of dreams)
  10. YARA ASMAR, Objects lost in drawers (Synth waltzes & accordion laments)
  11. ITOKEN, Kenji’s ankle (IKP)
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09/01/2024

Living to give

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All’inizio
dell’autunno il vostro Shadow Weaver compirà sessant’anni tondi
tondi e se non fosse per le buone compagnie, le buone letture e la
buona musica comincerebbe a sentirsi piuttosto vecchio.

Sotto
l’ultimo aspetto l’anno trascorso è stato prodigo di ottimi
dischi a cui abbiamo pensato di dedicare un paio di trasmissioni.

Cose
che ci sono piaciute, non certo un best (ci sarebbe tanto altro
materiale…).




Buon
ascolto e buon anno!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FAHEY, All the rains (Proofs & refutations)
  3. MOUNDABOUT, Living to give (An cnoc m​ó​r)
  4. VALVE, Delicate engines (Tiny pilots)
  5. ABSTRACT CONCRETE, Almost touch (Abstract concrete)
  6. POPULATION II, Orlando (Électrons libres du Québec)
  7. MICK HARRIS, Falls (Culvert dubs session one)
  8. TITANIC, Anonima (Vidrio)
  9. LA TENE, La taillée (Ecorcha​ \ Taill​é​e)
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26/12/2023

In Christ there is no East or West

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La trasmissione natalizia di VS dello scorso anno aveva un carattere un tantino “pop”.
Abbiamo inteso quest’anno fornirle un tono più austero e riflessivo: i tempi lo impongono.
Quando ascoltare questa emissione il Natale ce lo saremo già lasciato alle spalle: non ci resta che augurare un Buon Anno a tutte le amiche e gli amici della radio. Compatibilmente.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ARIONDELA, Ninna nanna di Gesù Bambino (Dona bianca, 1996)
  3. JOHN FAHEY, In Christ there is no East or West (The best of John Fahey 1959-1977, 1977)
  4. MUSICA OFFICINALIS, Ave Mater (Amorei, 2004)
  5. LAURA CANNELL & ANDRE BOSMAN, New Christmas rituals (New Christmas rituals, 2022)
  6. ROBBIE BASHO, Song of God (The falconer’s arm II, 1967)
  7. LAURA CANNELL& ANDRE BOSMAN, The Shropshire carol (New Christmas rituals, 2022)
  8. JOHN FAHEY, My Shepherd will supply my needs (Volume 6 – Days have gone by, 1967)
  9. BOLA SETE, The lonely gaucho in the pampas awaiting the Advent of Christmas (Ocean, 1975)
  10. JOHN DOAN, In John Fahey there is no East or West (Friends of Fahey tribute, 2006)
  11. BILL MacKAY & RYLEY WALKER, Land of plenty (Land of plenty, 2015)
  12. POPOL VUH, The CHrist is near (Agape-Agape Love-Love, 1983)
  13. STEFANO VALLA E DANIELE SCURATI, La neve va con il sole (Per dove?, 2009)
  14. POPOL VUH, Kyrie (Letzte Tage - Letzte Nächte, 1976)
  15. TENDACHENT, La Pasiun dal Nost Signur (La valle dei Saraceni, 2005)
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12/12/2023

(We are like a) Cake

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Per qualche ragione, anche a noi stessi poco comprensibile, in questo periodo stiamo traendo grande soddisfazione dall’ascolto di dischi di artisti giapponesi. Sia lavori recenti sia pubblicati alcuni anni or sono.
Ad esempio quello con cui prende l’avvio la trasmissione odierna: ‘Upopo Sanke’, secondo album di Umeko Ando, appartenente all’etnia Ainu dell’isola di Okkaido, uscito nel 2003 e ristampato giusto quest’anno.
Del 2023 è anche ‘Bear in town’ degli Spirit Fest, supergruppo comprendente i Tenniscoats (Saya e Takeshi Ueno) e altri musicisti tra cui Markus Acher dei nostri amatissimi Notwist.
Maher Shalal Hash Baz è uno dei tanti pseudonimi sotto cui opera il prolifico Tori Kudo, vulcanico artista che non si accontenta di produrre una quantità preoccupante di dischi ma si dedica anche alla poesia e alla creazione di ceramiche. Oggi ci tiene compagnia con altri due brani: uno tratto da un lavoro realizzato insieme alla consorte Reiko e l’altro frutto di una collaborazione con lo scozzese Bill Wells.
Gli Yumbo sono in attività da una ventina d’anni e l’antologia ‘The fruit of Errata’ pubblicata nel 2021 rappresenta un’ottima introduzione al loro incantevole mondo.
Un singolare contributo nipponico al folk apocalittico fu quello dei Magick Lantern Cycle, una delle numerose scoperte del Patrono delle Arti David Tibet. Il nome del gruppo è quanto mai significativo: preso dal ciclo di film sperimentali realizzati da Kenneth Anger tra il 1947 (‘Fireworks’) e il 1981 (‘Lucifer rising’) proclama una felice sintesi tra tradizione e avanguardia. Il gruppo realizzò un unico album nel 1993 per la Durtro con artwork di Steven Stapleton.
Il medesimo spirito animava gli After Dinner, di qualche anno precedenti. La tradizione in questo caso si coniuga con il mondo di Rock In Opposition: non a caso i loro due bellissimi album furono pubblicati dalla Recommended. In ‘After dinner’ appare quanto mai percepibile l’influenza degli Art Bears.
Per chi abitasse dalle nostre parti cogliamo l’occasione per segnalare che il 28 gennaio si esibirà a Lainate Takumi Fukushima, che degli After Dinner fu violinista, quale appuntamento conclusivo del sempre pregevole festival Alterazioni curato ma Massimo Giuntoli.
A presto con una puntata natalizia di Vintage Season!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. UMEKO ANDO, Iuta Upopo (Upopo Sanke, 2003)
  3. SPIRIT FEST, Kou-kou land (Bear in town, 2023)
  4. TENNISCOATS, Baibaba Bimba (Tan-Tan Therapy, 2007)
  5. BILL WELLS & MAHER SHALAL HASH BAZ, Banned announcements (Osaka bridge, 2006)
  6. YUMBO, Cake (The fruit of Errata, 2021)
  7. REIKO & TORI KUDO, We may be (Tangerine, 2021)
  8. MAHER SHALAL HASH BAZ, What's your business here Elijah (Blues du jour, 2003)
  9. MAGICK LANTERN CYCLE, A band of dwarves (Chimæra, 1993)
  10. AFTER DINNER, Kitchen life I (Paradise of replica, 1989)
  11. TENNISCOATS, Rolling train (Tan-Tan Therapy, 2007)
  12. AFTER DINNER, After dinner (After dinner, EP, 1982)
  13. YUMBO, Lonely (The fruit of Errata, 2021)
  14. TENNISCOATS, Cacoy (Totemo Aimasho, 2007)
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28/11/2023

Autumn on your mind

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Giusto per sgombrare il campo da possibili equivoci chiariamo subito una cosa: il nome della ESP Disk, a cui è dedicata la puntata odierna, non ha nulla a che vedere con le percezioni extrasensoriali (per quanto non escludiamo che, con un setting adeguato, qualche risultato in questo senso non lo si possa ottenere).
L’origine è un’altra: la passione che Bernard Stollman nutriva per l’esperanto (“colui che spera”) e che lo portò a pubblicare nel 1964 un album di poesie e canzoni nella più nota tra le lingue artificiali, creata tra il 1872 e il 1887 da Ludwik Lejzer Zamenhof.
Il disco poteva restare un intrigante quanto isolato esempio di DIY ante litteram, ma la bruciante passione per il jazz d’avanguardia prese possesso di Stollman che decise di proseguire con altri intendimenti l’attività dell’etichetta.
Un antecedente riguardante il rapporto tra Stollman e il mondo del musicale va comunque ricondotto alla sua professione di avvocato, nel corso della quale aveva lavorato per gli eredi di Charlie Parker e Billie Holiday e aveva fornito consulenza legale alla Folkways.
L’esordio ESP è folgorante: ‘Spiritual unity’ di Albert Ayler, qui accompagnato da Gary Peacock e Sonny Murray.
Fedele al motto "The artists alone decide what you hear on their ESP Disk" l’etichetta pubblicò una valanga di album tra il 1964 e il 1974. La ripresa del catalogo iniziò nel 1992, quando fu accordata una licenza alla tedesca ZYX Music, ma anche da noi uscirono parecchi dischi marcati ESP per varie sigle (Base, Abraxas, Get Back).
A dispetto di un ritorno economico per gli artisti alquanto scarso, va ascritto a Stollman il merito di aver dato loro la possibilità di pubblicare dischi, oggi ritenuti di grande rilevanza, che all’epoca difficilmente avrebbero potuto avere una diversa collocazione. Basti fare i nomi di Pharoah Sanders, Ornette Coleman, Gato Barbieri, Paul Bley, Sun Ra (la serie degli ‘heliocentric worlds’ tra gli altri).
Se il nocciolo dell’attività della ESP era il jazz più avanguardo (e in qualche caso di ascolto alquanto arduo al giorno d’oggi) il catalogo era zeppo di tanta altra roba, un po’ più difficile da inquadrare.
Un ambito si può ricondurre a una sorta di filo rosso che univa alcuni tra i più agguerriti esponenti della Beat Generation (William Burroughs, Ed Sanders e Tuli Kupferberg dei Fugs) al nascente movimento hippie e al rock psichedelico. Un legame di cui si ricordarono alcuni sagaci esponenti della cultura industriale: può essere scontato citare il nome di Burroughs ma tempo fa apprendemmo con grande gioia che ‘Balaklava’ dei Pearls Before Swine era uno dei dischi preferiti del compianto Genesis P-Orridge. Oltre che uno dei nostri...
Di jazz in questa puntata ce n’è poco: abbiamo inteso piuttosto documentare alcune produzioni ESP che, col senno di poi, hanno incubato noise, lo-fi, wyrd folk e compagnia cantante.
Per dire dell’estrema varietà delle produzioni ESP, in questa congrega di esagitati ipercinetici trovò posto anche un artista che al confronto pare il tipico bravo ragazzo introverso e un po’ visionario: Randy Burns, con le sue belle canzoni a metà strada tra Fred Neil e il Tim Buckley più soffuso.
The artists alone decide what you hear on their ESP Disk...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. OCTOPUS, Fruk juice (Octopus, 1969)
  3. THE GODZ, Crusade (Godz 2, 1967)
  4. THE HOLY MODAL ROUNDERS, The I.W.W. song (Indian war whoop, 1967)
  5. ERICA POMERANCE, To Leonard from the hospital (You used to think, 1968)
  6. THE GODZ, The mind (The third testament, 1968)
  7. PATTY WATERS, Black is the color of my true love’s hair (Sings, 1966)
  8. PEARLS BEFORE SWINE, I shall not care (One nation underground, 1967)
  9. RANDY BURNS, Autumn on your mind (Songs for an uncertain lady, 1971)
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14/11/2023

A jug of love

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Riuscite a immaginarvi una band che prende l’avvio dal beat, si converte al verbo psichedelico spruzzato di prog, collabora con i più importanti artisti del folk-rock, partecipa ai grandi raduni dei fricchettoni, si converte in massa al misticismo sufi e soprattutto ci regala della musica meravigliosa?
Non è una fantasia: il gruppo è esistito e si chiamava Mighty Baby.
Le radici affondano nel gruppo beat/mod degli Action che nel 1968, con la firma del contratto con la Head e alcuni mutamenti nella formazione, si rinominarono Mighty Baby e all’inizio del 1969 debuttarono dal vivo come supporto ai Fairport Convention in occasione di un concerto alla storica Roundhouse.
Il medesimo anno uscì il primo omonimo album prodotto da Guy Stevens (che, a dispetto della sua prematura scomparsa, diede la sua impronta a una varietà impressionante di album: dai Procol Harum a ‘London calling’ dei Clash).
Il disco, sospeso tra psichedelia e proto-prog, non ottenne all’epoca dell’uscita riscontri commerciali apprezzabili: la Head era una piccola etichetta con pochi mezzi per promuoverlo e distribuirlo. E, per quanto gli Avvetiti non mancarono di notarlo e apprezzarlo, all’epoca di dischi memorabili ne usciva uno alla settimana.
Nel frattempo i nostri collaborarono con diversi artisti di chiara fama: da Sandy Denny a John Martyn, da Keith Christmas alla misteriosa Shelagh McDonald, autrice di due bellissimi album all’inizio dei Settanta per poi svanire nel nulla (pare per i cascami di un bad trip) fino a un’inaspettata ricomparsa nel 2005.
L’altro evento di quei giorni è la conversione dei quattro quinti del gruppo al misticismo sufi col quale, secondo alcuni, entrarono in contatto (ma la questione è controversa) grazie a Richard Thompson.
Inevitabilmente la nuova condizione spirituale si riflette nella musica di ‘A jug of love’ uscito nell’ottobre 1971 per la Blue Horizon di Mike Vernon, leggendaria etichetta legata al blues (in argomento: il primo album fu pubblicato negli Stati Uniti dalla Chess).
Gli elemeneti folk e country, già presenti nel disco d’esordio, si combinano con una psichedelia morbida e avvolgente: qualcuno ha parlato di Grateful Dead ma non sarebbe improprio accostare il disco alle magiche atmosfere di Shawn Phillips.
In realtà il secondo album dei Mighty Baby doveva essere piuttosto diverso: l’abbiamo scoperto grazie a un prezioso cofanetto della Grapefruit che raccoglie l’opera omnia del gruppo. Tra le tante delizie, il quarto dischetto contiene l’album messo nel cassetto, orientato verso un suono decisamente più acido, un po’ Quicksilver via Man.
Non mancano nemmeno le registrazioni effettuate al festival di Glastonbury nel 1971; un lungo brano era già noto grazie al triplo album omonimo. I Mighty Baby parteciparono anche al festival dell’sola di Wight: furono gli ultimi a esibirsi la prima serata.
La storia discografica del gruppo si chiuse con il secondo album: insieme al futuro Snakefinger Martin Stone (che poi divenne un libraio antiquario) formò i Chilli Willi and the red hot peppers, Alan King gli Ace. Gli altri tre diedero vita agli Habibiyya, formazione di breve durata che pubblicò per la Island nel 1972 un disco prossimo alle atmosfere di Quintessence e East of Eden.
Sempre la benemerita Grapefruit ha compendiato nel 2018 l’opera degli Action (‘Shadows and reflections’) ma a testimoniare l’ammirazione e il rispetto di cui ha sempre goduto il gruppo c’è anche un’antologia assemblata nel 1980 dalla Edsel (‘The ultimate Action’) con note di copertina di Paul Weller.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE ACTION, I’ll keep holding on (Shadows and reflections. The complete recordings 1964-1968, 2018)
  3. MIGHTY BABY, Same way from the sun (Mighty Baby, 1969)
  4. MIGHTY BABY, Virgin spring (A jug of love, 1971)
  5. JOHN MARTYN, Glistening Glyndebourne (Bless the weather, 1971)
  6. MIGHTY BABY, Now you don’t – Part 4 (At a point between fate and destiny. The complete recordings, 2019)
  7. THE HABIBIYYA , If man but knew (If man but knew, 1972)
  8. KEITH CHRISTMAS, Forest and the shore (Pigmy, 1971)
  9. SHELAGH McDONALD, Stargazer (Stargazer, 1971)
  10. THE ACTION, Shadows and reflections (Shadows and reflections. The complete recordings 1964-1968, 2018)
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31/10/2023

Ghost lovers in Villa Piuma

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Manieri diroccati, spettri, terrore… per una puntata di VS che cade proprio di Halloween. Come dire, non possiamo esimerci… Il mood è quello del dark prog italiano perché il nostro è un paese di… misteri!
RaneStrane è un gruppo romano specializzato, come ai bei vecchi tempi, in concept album basati su grandi classici del cinema: qui sono alle prese con quel topastro menagramo di Nosferatu via Werner Herzog.
Forti legami con il cinema anche per il maestro Carlo Maria Cordio, prolifico compositore di cui proponiamo un brano tratto dalla colonna sonora di ‘Rosso sangue’ di Joe D’Amato.
Due pezzi per i fiorentini L’albero del veleno: li abbiamo scoperti di recente grazie a un autorevole blog dedito al prog italiano (v. link) e ci sono piaciuti molto.
A nostro giudizio notevole il pezzo dei siracusani Fiaba: il testo riesce a creare quell’ammaliante senso di ambiguità e incertezza degno dei migliori racconti fantastici. L’orco sul colle possiede una sua reale esistenza, nell’economia della storia, oppure è una fantasia della regina?
Echi di Banco per gli Akt, gruppo bolognese autore di tre bei lavori sfornati in rigorosa autarchia.
Con i cugini Runaway Totem l’Universal Totem Orchestra rappresenta uno dei rarissimi contributi italici allo Zeuhl, quel filone (a tratti foschissimo) creato da figli (Zao, Art Zoyd, Univers Zero) e nipoti dei Magma.
‘Ghost lovers in Villa Piuma’ è tratto dall’album d’esordio de Il segno del comando, storica formazione della fertile scena prog ligure. Nome del gruppo e ispirazione del disco vengono dallo sceneggiato televisivo diretto nel 1971 da Daniele D’Anza che tanto segnò l’immaginario di quelli della nostra generazione.
Buoni (piccoli) brividi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. RANESTRANE, La locanda nel villaggio (Nosferatu il vampiro, 2009)
  3. CARLO MARIA CORDIO, Absurd (Absurd, 1985)
  4. L’ALBERO DEL VELENO, E resta il respiro (Le radici del male, 2013)
  5. FIABA, Le pere dell’orco (I racconti del giullare cantore, 2005)
  6. AKT, Waltz oblio (Déntrokirtòs, 2007)
  7. UNIVERSAL TOTEM ORCHESTRA, De astrologia (The Magus, 2008)
  8. L’ALBERO DEL VELENO, Presenze dal passato (Le radici del male, 2013)
  9. IL SEGNO DEL COMANDO, Ghost lovers in Villa Piuma (Il segno del comando, 1997)
Listen / Info
17/10/2023

La tua prima luna

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Avremmo potuto intitolare questa puntata, sorta di appendice della precedente dedicata a Claudio Rocchi, “suite per consumismo, pazzia e contraddizioni” come da sottotitolo del libro ‘Pop story’ di Riccardo Bertoncelli pubblicato nel 1973.
Il clima che si respira tra i solchi è, almeno in parte, quello. Soprattutto le contaddizioni: quelle tra un mondo ancora tradizionalista e maschilista e le comprensibili esitazioni di fronte al deserto della libertà
Per alcuni la seconda metà degli anni Settanta rappresentò una sorta di Opera al Nero dalla quale prendere l’avvio per una più strutturata ricerca spirituale. Juri Camisasca e Claudio Canali del Biglietto per l’Inferno entrarono nell’ordine benedettino; Claudio Rocchi e Paolo Tofani nel Movimento Hare Krishna.
Per le relazioni tra Rocchi e gli artisti presentati in questa puntata rimandiamo al libro di Walter Gatti, tanto sono articolate e ardue da riassumere.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CLAUDIO ROCCHI, La tua prima luna (Viaggio, 1970)
  3. ALBERTO CAMERINI, La ballata dell’invasione degli extraterrestri (Artisti per Re Nudo, 2010)
  4. ELECTRIC FRANKENSTEIN, Music man (What me worry?, 1976)
  5. BATTIATO, Paranoia (La convenzione / Paranoia – single, 1972)
  6. OSAGE TRIBE, Un falco nel cielo (Un falco nel cielo / Prehistoric sound – single, 1971)
  7. BIGLIETTO PER L’INFERNO, Confessione (Biglietto per l’inferno, 1974)
  8. JUMBO, Specchio (Vietato ai minori di 18 anni?, 1973)
  9. ANDREA TICH, Masturbati (Masturbati, 1978)
  10. COME LE FOGLIE, Incoscienza (Come le foglie, 1998)
  11. SIMON LUCA, Aleinada rapsody (Per proteggere l’enorme Maria, 1972)
  12. IVAN CATTANEO, L’elefante è capovolto (L’elefante è capovolto / Farfalle - Single, 1976)
  13. JURI CAMISASCA, Himalaya (Himalaya / Un fiume di luce – single, 1975)
  14. MADRUGADA, Katmandu (Incastro, 1977)
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03/10/2023

Suoni di frontiera

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Tra le letture estive una delle più soddisfacenti è stata senz’altro quella del libro di Walter Gatti dedicato a Claudio Rocchi. ‘Essenza. Vite di Claudio Rocchi’ è il frutto di un interesse e di una passione pluridecennali per il musicista milanese e lo consigliamo caldamente a chi fosse interessato al fecondo panorama della musica italiana degli anni Settanta (e oltre) magari accompagnato da ‘Solchi sperimentali Italia’ di Antonello Cresti.
Difficile rendere conto in queste poche righe della personalità e dell’opera di Rocchi, così complesse e sfaccettate da renderlo una figura pressoché unica nel panorama dell’epoca. Inevitabile pertanto operare una scelta, orientata su qualche esempio della sua produzione più avanguarda e comprendente alcune collaborazioni & apparizioni.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NIHIL PROJECT, A.S.C. (Altered state of consciousness) (Paria, 2003)
  3. CLAUDIO ROCCHI, Zen session (Rocchi, 1975)
  4. CLAUDIO ROCCHI, Essenza (Essenza, 1973)
  5. CLAUDIO ROCCHI, Per antichi canali (Suoni di frontiera, 1976)
  6. AKTUALA, Echo raga (Tappeto volante, 1976)
  7. CLAUDIO ROCCHI, Per la luna (La norma del cielo – Volo magico n. 2, 1972)
  8. CLAUDIO ROCCHI AND EFFERVESCENT ELEPHANTS, Apollo & le musa (Claudio Rocchi and Effervescent Elephants, 2011)
  9. CLAUDIO ROCCHI, Aijdmal (Rocchi, 1975)
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19/09/2023

The gazetteer of world order

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Bentornati alla nuova stagione di Vintage Season!
L’estate non è ancora finita, per cui iniziamo con una puntata ‘psicogeografica’ atta a fornire un simpatico sottofondo per viaggi fisici o con l’immaginazione.
Buon ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ENSEMBLE DEDALUS, Nymphe (Fata Morgana, 2023)
  3. ULAAN PASSERINE, Golden mantle of Wool (Dawn, 2023)
  4. TEAR GARDEN, New Eden (To be an angel blind, the crippled soul divide, 1996)
  5. KRAFTWERK, Autobahn (Autobahn, 1974)
  6. MATTHEW EDWARDS AND THE UNFORTUNATES, When we arrived at the mountain (Folklore, 2017)
  7. JEREMY PEYTON JONES, The gazetteer of world order (North South East West, 1996)
  8. ULTRAVOX, Dislocation (Systems Of Romance, 1978)
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11/07/2023

Tubas in the moonlight

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Giunti al termine della stagione auguriamo buone vacanze a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Vintage Season!
A risentirci a settembre!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. KALEIDOSCOPE, Egyptian gardens (Side trips, 1967)
  3. YARDBIRDS. Hot house of Omagararshid (Yardbirds, 1966)
  4. THE MODERN LOVERS, Egyptian Reggae (Rock’n’roll with the Modern Lovers, 1977)
  5. MALLARD, Road to Morroco (Mallard, 1975)
  6. ANDY MACKAY, Summer sun (In search of Eddie Riff, 1974)
  7. DAVIS THOMAS BROUGHTON, Nature (It's in there somewhere, 2006)
  8. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, Fresh air (Just for love, 1970)
  9. SOPWITH CAMEL, Fazon (The miraculous hump returns from the Moon, 1973)
  10. MU, Showering rain (Children of the rainbow, 1985 – rec. 1974)
  11. CHRIS DARROW, Oceana (Fretless, 1979)
  12. ROXY MUSIC, Hula Kula (Absinthe makes the heart grow fondle, 1975)
  13. JONATHAN RICHMAN, 'A nnammurata mia (Ishkode! Ishkode!, 2016)
  14. JIM O’ROURKE, Fall breaks and back to Winter (Spring breaks and back to Winter) (Smiling pets, 1998)
  15. LES DOUBLE SIX, Evening in Paris (Meet Quincy Jones, 1960)
  16. FREE DESIGN, Summertime (Heaven / Earth, 1969)
  17. BONZO DOG BAND, Tubas in the moonlight (Tadpoles, 1969)
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27/06/2023

La notte delle fiabe

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Forse invecchiando stiamo diventando un po’ nostalgici e sentimentali ma ci ha fatto molto piacere apprendere della riformazione dei Fragment in occasione del trentennale della pubblicazione del loro unico album.
I Fragment erano un gruppo di Cologno Monzese collocabile nel variegato ambito della new wave, o post punk che dir si voglia, che nel 1993 realizzò l’autoprodotto ‘Ballistic ejecta’. La produzione artistica fu affidata a Giancarlo Onorato dei monzesi Underground life ed è un gran bel disco.
Il 23 settembre i Fragment si esibiranno al Masnada di Brugherio e ci auguriamo che sia l’inzio di una nuova stagione per il gruppo. E che magari il disco venga ripubblicato: in forma digitale o, perché no, anche fisica.
Per chi voglia approfondire, qualche anno fa ne parlò un oscuro blog, il cui post troverete nei link.
Nostalgia, si diceva, per un periodo di grande creatività per quanto, per sua natura, collocato in una sua piccola nicchia. Una sorta di zona grigia schiacciata tra espressioni musicali legate da un lato a un agonizzante (ma lovecraftianamente mai morto) contenutismo transpolitico impostosi negli anni Settanta e un semplice intrattenimento, pur legittimo e spesso apprezzabile.
Non sorprende quindi che i protagonisti della new wave italiana cerchino una propria poetica abbandonandosi a una malinconia quasi gozzaniana (Passiflora e Suicide Dada, ma anche Viridanse e Le masque) oppure volgano gli occhi all’estero. Alcuni all’estero ci vanno proprio, come i Chrisma che a Londra realizzarono il seminale ‘Chinese restaurant’ con la produzione di Niko Papathanassiou.
Altri ancora preferiscono riallacciarsi più alle avanguardie storiche che al crepuscolarismo, come i Plasticost che mettono in musica una poesia di Tristan Tzara.
Una stagione interessante per quanto non priva di debolezze, vivace ma a volte autocompiaciuta, che in ogni caso merita di essere riscoperta.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PLA’STICOST, Canzone dada (Pla'sticost, 1983)
  3. DOUBLING RIDERS with NICO, La notte delle fiabe (Sonora 2/91, 1991)
  4. A.T.R.O.X., Against the odds (The night's remains, 1982)
  5. CHRISMA, Mandoia (Chinese restaurant, 1977)
  6. FRAGMENT, Rainfall (Ballistic ejecta, 1993)
  7. MINOX, Purgatoryo (Lazare, 1986)
  8. LA 1919 SPONTANEO, Il sogno di F.F. / Metzengerstein (L’enorme tragedia, 1985)
  9. AL APRILE & ELECTRICART, Agitate obbligo (Sonora 2/91, 1991)
  10. PASSIFLORA, Gente del teatro e della morte (Statica, 1987)
  11. FRAGMENT, Oltre il muro (Ballistic ejecta, 1993)
  12. SUICIDE DADA, Porto sepolto (VM Cinque, 1986)
  13. THE TAPES, Speak to me (Selected works 1982-1992, 2016)
  14. ANDROMEDA COMPLEX, Vexillifera mortifera (Riefenstahl, 1996)
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13/06/2023

Post coitum omne animal triste est

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Mandate a letto i bambini! Puntata a luci rosse per Vintage Season.
L’ottica con cui approcciamo questo ambito del cinema di genere è quello delle attrici e attori che si siano confrontati, anche solo in modo sporadico, con la musica. Attingeremo ampiamente a un album pubblicato nel 1999 da Q.D.K. Media e distributo dalla Normal, dal titolo programmatico di ‘Porn to Rock’. Disco musicalmente non privo di interesse, a cominciare dalla fantastica ‘Man on the Moon’ di Madison che non sfigurerebbe in qualche eccentrico album di Danielle Dax.
Crediamo di non sbagliare individuando in Christine Carol Newby l’archetipo della (temporanea) carriera parallela di musicista e modella pornografica.
Christine, in arte Cosey Fanni Tutti, è pertanto massicciamente presente nella scaletta con Throbbing Gristle, X-TG e Chris & Cosey.
‘Persuasion’ dei TG è un brano particolarmente significativo: Genesis P-Orridge si cala nei panni di uno sporcaccione che intendere convincere la sua ragazza a posare per una (allora si diceva così) rivista per soli uomini, come in effetti Genesis e Cosey fecero per un numero di Whitehouse. La persuasione e lo sfruttamento sono oggi la norma: ipotizziamo che qualche benpensante si mostri ancora scandalizzato dalla pornografia solo perché lo esplicita nelle modalità più crude e, a suo modo, pure.
Ci sembra che il testimone di Cosey sia stato raccolto, con le debite proporzioni, da Marina Ann Hantzis. Ovvero Sasha Grey, molto attiva con i suoi Atelecine e spesso ospite di gruppi dall’indiscutibile prestigio. ‘Afraid’ è tratta dalla rilettura degli X-TG di ‘Desertshore’ di Nico mentre da una collaborazione con Pig (Raymond Watts) proviene una cover della hit disco ‘That’s the Way (I like it)’, portata ai vertici delle classifiche di vendita da KC & the Sunshine Band.
Da una celeberrima hit disco a un’altra: ‘More, more, more’ fu il fortunatissimo quanto inaspettato frutto di un’estemporanea registrazione effettuata nel 1975 in Giamaica da Andrea True, nome d’arte di Andrea Marie Truden, attrice di discreto successo non priva di velleità canore. Al singolo seguirono a breve un album omonimo e ‘White Witch’ del 1977. Dal primo abbiamo estratto il brano più lungo, un tantino noioso ma proprio per questo possibile spunto per una riflessione sul tedio e la necessità di intrattenervi un rapporto più disteso e amichevole, trattandosi di uno stato d’animo frequentemente indotto dalla fruizione tanto del rock quanto della pornografia.
Nel 1980 Andrea pubblicò (primato nazionale: solo in Italia!) il suo ultimo lavoro, ‘War Machine’, da ricordarsi più che altro per le tematiche pacifiste e ambientaliste: brava ragazza.
Un’ampia gamma di forme espressive è quella praticata da Catherine Ringer: danza, coreografia, cinema a luci rosse e musica. Magari poco noti da noi ma di grande popolarità in Francia, Les Rita Mitsouko vennero messi in piedi nel 1980 da Catherine insieme al marito Fred Chichin, prematuramente scomparso nel 2007. La classe del gruppo è peraltro certificata dalla presenza degli Sparks nella deliziosa ‘Singing in the shower’ (oltre che dalla produzione di Tony Visconti).
Da questa incandescente trasmissione abbiamo intenzionalmente escluso alcune cose: in primo luogo l’inascoltabile (be)cerume italiota e poi le colonne sonore. Quest’ultimo ambito è del resto ampiamente documentato da numerose compilazioni, spesso accompagnate da dotte note di autorevoli esperti.
Imporsi delle regole presuppone il piacere di trasgredirle, perciò non mancano un paio di eccezioni. La prima è tratta da un’antologia delle musiche composte dal pianista jazz Alain Goraguer per le colonne sonore di film interpretati dalla diva d’oltralpe Brigitte Lahaie.
Due i brani tratti dalla colonna sonora di Mitchell Froom per il film ‘Café Flesh’. Diretta nel 1982 da Stephen Sayadian la pellicola anticipa di un paio d’anni ‘New Wave Hookers’ di Gregory Dark, considerato il capostipite del filone (scusate la ripetizione) new wave, caratterizzato dall’assenza quasi totale di quelle trame che invece caratterizzarono la Golden Age. New wave in ogno caso la colonna sonora lo è… Giusto come curiosità: prima di affermarsi come stimato produttore Froom realizzò nel 1987 le musiche per il fosco noir ‘Slam Dance’ di Wayne Wang.
Terminando con l’inizio: la goliardica introduzione è affidata agli ineffabili Melvins, per quanto non ci risultino loro contributi al genere cinematografico oggetto della trasmissione. Notoriamente King Buzzo preferisce il golf, e probabilmente ha solo ragione...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MELVINS, I fuck around (Working with God, 2021)
  3. MADISON. Man on the Moon (Porn to Rock, 1999)
  4. LES RITA MITSOUKO, Singing in the shower (Marc & Robert, 1988)
  5. MITCHELL FROOM, We don’t dream (Cafe Flesh Original Motion Picture Soundtrack, 2022)
  6. ANDREA TRUE CONNECTION, Fill me up (More, more, more, 1976)
  7. PIG & SASHA GREY, That’s the way (I like it) (That’s the way – I like it, 2018)
  8. JOHNNY TOXIC, Happy (Porn to Rock, 1999)
  9. CHRIS & COSEY, Stolen kisses (Technø Primitiv, 1985)
  10. VINNIE SPIT, Asshole man (Porn to Rock, 1999)
  11. ALAIN GORAGUER, Brigitte, femme libérée (Brigitte Lahaie, 2016)
  12. THROBBING GRISTLE, Persuasion (20 Jazz Funk Greats, 1979)
  13. MITCHELL FROOM, Jungle of cities (Cafe Flesh Original Motion Picture Soundtrack, 2022)
  14. X-TG, Afraid (Desertshore / The Final Report, 2012)
  15. SUZI SUZUKI, Calypso Shower (Porn to Rock, 1999)
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30/05/2023

Dark Matter Gods

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Puntata da ascoltare ad alto volume per colmare una lacuna nella nostra programmazione. Il metal: ambito quanto mai variegato in cui ci pare di cogliere la possibilità di ascoltare ancora suoni originali quando non inauditi.
Dagli echi space-rock degli Oranssi Pazuzu a cose meno innovative ma comunque suggestive (i goticheggianti A Forest of Stars).
Altri ancora flirtano con l’avanguardia, qualsiasi cosa significhi: gli Æthenor di Stephen O’Malley o i Trinacria (tra le tante collaborazioni l’eclettica Hild Sofie Tafjord ha fatto parte della Phantom Orchard Orchestra che nel 2012 pubblicò un album per la Tzadik). E così via, per concludere con gli Agalloch che in ultimo approdarono a qualcosa di simile al cosiddetto folk apocalittico.
Play loud!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ORANSSI PAZUZU, Saturaatio (Värähtelijä, 2016)
  3. TRINACRIA, Turn away (Travel now journey infinitely, 2008)
  4. DISHARMONIC ORCHESTRA, Hypophysis (Expositionsprophylaxe, 1990)
  5. GIGAN, Fathomless echoes of eternity's imagination (Quasi-hallucinogenic sonic landscapes, 2011)
  6. A FOREST OF STARS, Drawing down the rain (Beware the sword you cannot see, 2015)
  7. ÆTHENOR, Murmurum (Hazel, 2016)
  8. AGALLOCH, Dark matter gods (The serpent & the sphere, 2014)
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16/05/2023

Boat woman song

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Il 7 giugno 1971 Manuel Elizalde, responsabile di un’agenzia governativa filippina per la tutela delle minoranze, scoprì nella giungla dell’isola di Mindanao una tribù denominata Tasaday.
Dalla descrizione dello scopritore il mondo venne a sapere di questo gruppo che viveva in caverne e si dedicava alla raccolta e alla caccia, privo da secoli di contatti con altre popolazioni. Non mancarono informazioni sulla loro peculiare lingua, sviluppatasi nell’isolamento e singolarmente priva di termini legati alla guerra e alla violenza.
Comprensibilmente si accese un forte clamore mediatico intorno ai Tasaday, i cui rapporti con il mondo esterno vennero gestiti con una logica tutta sua da Elizalde.
Anni dopo venne avanzato il dubbio che la scoperta dei Tasaday fosse un’elaborata mistificazione messa in piedi da Elizalde, personalità controversa e molto vicino al presidente Marcos, con finalità politiche ed economiche.
Passarono altri anni e i fautori della tesi della mistificazione vennero accusati di essere a loro volta vittime di un raggiro. Così va il mondo.
Leggere di questa vicenda, ormai un po’ dimenticata, muove sentimenti contrastanti: da un lato un sano divertimento, grazie ai suoi aspetti più grotteschi, ma dall’altro lascia una vago malinconico rimpianto per un’epoca in cui si era ancora disposti a meravigliarsi e a credere nell’esistenza di paradisi terrestri.
I Tasaday diventarono l’ennesimo schermo su cui proiettare desideri e fantasie, così come quest’oggi il pretesto per una trasmissione che si ricollega a quella di qualche settimana fa intitolata per l’appunto… Mindanao 1971!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. F:A.R., Abbandonati 1 (Passi uguali, 1990)
  3. XOCHIMOKI, Tua Ha (Temple of the new sun, 2021)
  4. KEVIN AYERS, Oleh Oleh Bandu Bandong (Joy of a toy, 1969)
  5. FRENCH, FRITH, KAISER, THOMPSON, Tir-Nan-Darag (Live, Love, Larf & Loaf, 1987)
  6. CARLA BLEY, Song of the jungle stream (Tropic appetites, 1974)
  7. JADE WARRIOR, Masai morning (Jade warrior, 1971)
  8. CAN, Ethnological Forgery Series No. 10 (Unlimited edition, 1974)
  9. HOLGER CZUKAY, Boat-Woman-Song (Canaxis, 1969)
  10. YATHA SIDRA, A meditation mass Part 4 (A meditation mass, 1974)
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02/05/2023

Don Franco e Don Cherry nell'anno della contestazione

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“Siamo arrivati qui con tre o quattrocento dollari, io, Michelle, sua figlia e un amico. Dopo cinque giorni eravamo senza un soldo. Qualcuno mi ha chiamato per suonare: non potevo non accettare, anche se erano cose penose. In questo modo, comunque, sono entrato in contatto con un certo ambiente, ho conosciuto un sacco di gente, Franco D’Andrea, Gegé Munari, Franco Ambrosetti, suo padre Flavio, e tanti altri. Un giorno è arrivato appunto Don Cherry col gruppo di Sonny Rollins. C’era tensione tra loro. Rollins accusava Don di essere indisciplinato, di mancargli di rispetto. Un giorno gli ha fatto recapitare un biglietto con su scritto “devi chiamarmi Maestro”. Morale: poco dopo io e Don partivamo insieme per Parigi, dove già nella primavera ‘65 registravamo Togetherness, in quintetto. A fine anno ci siamo spostati a New York, dove abbiamo inciso Complete Communion. E l’anno dopo Symphony for Improvisers, realizzato in due ore. Due dischi bellissimi. Comunque per qualche anno sono tornato in Italia con regolarità.”
Così Gato Barbieri rievoca il suo arrivo nel nostro paese nel 1962 in un’intervista raccolta da Alberto Bazzurro. Oltre a essere molto divertente, questo stralcio coglie in estrema sintesi i tratti salienti di Don Cherry: in primis la sempre apprezzabile indisciplina, poi l’attitudine al nomadismo. Che non è solo fisico, ma soprattutto mentale e spirituale. E poi… ha inciso dischi bellissimi!
Dobbiamo questa puntata a un suggerimento dell’amico Giovanni, a cui va il nostro più caloroso ringraziamento per averci indotto a riascoltare diversi dischi di Cherry, molto frequentato in passato ma messo colpevolmente un tantino da parte in tempi più recenti.
Nello specifico Giovanni ci ha girato un interessante articolo di Flavio Poltronieri che, prendendo spunto dalla pubblicazione di alcune registrazioni inedite di Cherry, offre un puntuale ritratto dell’artista e dei punti salienti della sua produzione. Tra le altre cose, non possiamo che essere d’accordo con Poltronieri quando accosta la figura di Cherry a quella di Daevid Allen, che condivideva con il trombettista non pochi tratti caratteriali e percorsi di ricerca fuori dagli schemi.
L’intervista di Bazzurro a Gato Barbieri è contenuta nel bel libro Parlami di musica, conversazioni con 26 protagonisti della scena internazionale, pubblicato nel 2008 dall’editrice Zona.
Il libro, consigliatissimo, è reperibile a un prezzo irrisorio nel catalogo della Materiali sonori.
Oṃ Maṇi Padme Hūṃ!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN COLTRANE & DON CHERRY, The blessing (The Avant-garde, 1966)
  3. NAD, Ghosts (Ghosts, 1989)
  4. BENGT BERGER, Chetu (Bitter funeral beer, 1982)
  5. DON CHERRY, Om shanti om (Om shanti om, 2020)
  6. DON CHERRY'S NEW RESEARCHES, Ganesh (Organic Music Theatre. Festival De Jazz De Chateauvallon 1972, 2021)
  7. JON APPLETON & DON CHERRY, OBA (Human music, 1970)
  8. DON CHERRY & GATO BARBIERI, Fourth movement (Togetherness, 1966)
  9. DON CHERRY & ED BLACKWELL, Voice of the silence (El corazón, 1982)
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18/04/2023

Sturmann Studios Productions

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Il cielo del musicale, lo sappiamo, è spesso solcato da fulgide meteore, artisti che pubblicano uno o due dischi di valore per poi scomparire dal campo visivo.
Meno frequente che un musicista faccia uscire quattro album nell’arco di cinque anni e crei una propria etichetta per poi (discograficamente parlando) uscire dai riflettori.
Eppure è quanto accadde a Giovanni Sturmann: nel 1985 fondò la Sturmann Studios Productions con la quale pubblicò tre album e un singolo a proprio nome, oltre a due sette pollici di Rudi Veo e Luisa Azzaroni. Ultima uscita dell’etichetta fu La città civile del 1990, l’unica pubblicazione in compact disc.
All’ascolto si colgono influenze molto britanniche (Robert Wyatt, i gruppi del giro Rock In Opposition, qualche lontana eco di Nick Drake) e il modo di operare ricorda quello di una piccola factory: ai sempre presenti Rudi Veo e Luisa Azzaroni si aggiungono qua e là prestigiosi ospiti (Paolo Chang, Alessandro Achilli, la violinista Paola Sartori già con TAC e Kino Glaz).
In tutto questo Sturmann trova il tempo di collaborare con uno dei ‘gruppi aperti’ per eccellenza, i Doubling Riders di Francesco Paladino, Pier Luigi Andreoni e Riccardo Sinigaglia.
Abbiamo deciso di dedicare a Sturmann l’odierna puntata con un duplice intento. O, meglio, un intento e una speranza.
In primis volevamo omaggiare un artista di grandissimo valore, autore di quello che per noi è uno dei più bei dischi pubblicati nel nostro paese negli anni Ottanta (e non era certo un periodo parco di grande musica!).
Stiamo parlando di International Matches del 1986, unico lavoro di Sturmann pubblicato da un’altra etichetta (la milanese Supporti fonografici).
La speranza è quella di vederlo ripubblicato... magari con tutti gli altri suoi dischi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GIOVANNI STURMANN, Charlotte (Kindless span, 1985)
  3. RUDI VEO, Broadcasting from nowhere (single, 1985)
  4. GIOVANNI STURMANN, N. 8 (Comics, 1987)
  5. GIOVANNI STURMANN, At close of instant art (International matches, 1986)
  6. DOUBLING RIDERS, Smell into a dream (Doublings & silences volume 1, 1985)
  7. LUISA AZZARONI, Sketches (Mac the puppet, single, 1985)
  8. GIOVANNI STURMANN, Sal (International matches, 1986)
  9. GIOVANNI STURMANN, Cose di aprile (La città civile, 1990)
  10. GIOVANNI STURMANN, Österlånggatan (single, 1985)
  11. DOUBLING RIDERS, Lines of Spain (Doublings & silences volume 2, 1988)
  12. GIOVANNI STURMANN, Toy electric train (International matches, 1986)
  13. GIOVANNI STURMANN, Country churchyard (Österlånggatan, single, 1985)
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04/04/2023

Mindanao 1971

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L’etnologia ha sfiorato la sua morte paradossale il giorno del 1971 in cui il governo delle Filippine decise di restituire alla loro primitività, fuori dal tiro dei coloni, dei turisti e degli etnologi, le poche dozzine di Tasaday da poco scoperte nel fondo della giungla, dove erano vissuti per otto secoli senza avere contatti con il resto della specie. Questo, per iniziativa degli antropologi stessi, che vedevano gli indigeni decomporsi immediatamente appena entravano in contatto con loro, come accade a una mummia esposta all’aria. Perché l’antropologia viva, è necessario che muoia il suo soggetto, che morendo si vendica del fatto di essere stato “scoperto” e, con la sua morte, sfida la scienza che vuole afferrarlo.
Ogni scienza non vive, forse, su questo pendio paradossale al quale la votano l’evanescenza del suo oggetto nella sua stessa cattura e comprensione, e la reversione spietata che questo oggetto morto esercita su di essa? Come Orfeo, si volta sempre troppo presto e, come Euridice, il suo oggetto ricade negli inferi. Gli etnologi, rinserrando il cordone sanitario della foresta vergine intorno ai Tasaday hanno voluto premunirsi proprio contro questo inferno. Nessuno c’entrerà più: il giacimento si richiude come una miniera. La scienza perde così un capitale prezioso, ma l’oggetto sarà salvo, perduto da lei, ma integro nella sua “verginità”. Non si tratta di un sacrificio (la scienza non si sacrifica mai, è sempre assassina), ma del sacrificio simulato del suo oggetto al fine di salvare il suo principio di realtà. Il Tasaday, congelato nella sua essenza naturale le servirà da alibi perfetto, da garanzia esterna.
[…] Così l’etnologia, invece di circoscriversi come una scienza oggettiva, giunge ormai, liberata dal suo oggetto, a generalizzarsi investendo tutte le cose viventi e a farsi invisibile, come una quarta dimensione presente ovunque, quella del simulacro. Siamo tutti dei Tasaday, indiani ridivenuti quel che erano, vale a dire così come li ha trasformati in sé l’etnologia – indiani simulacri che proclamano infine la verità universale dell’etnologia.
Siamo tutti figure passate che vivono nella luce spettrale dell’etnologia, o dell’antietnologia, che non è altro che la forma pura dell’etnologia trionfante, sotto il segno delle differenze morte e della risurrezione delle differenze. È dunque con grande ingenuità andare a cercare l’etnologia tra I Selvaggi o in un qualche Terzo Mondo – essa è qui, dovunque, nelle metropoli, tra i bianchi, in un mondo interamente censito, analizzato, poi risuscitato artificialmente sotto le spoglie del reale, in un mondo della simulazione, dell’allucinazione della verità, del ricatto al reale, dell’assassinio di ogni forma simbolica e della sua retrospezione isterica, storica – assassinio di cui i Selvaggi, noblesse oblige, hanno fatto per primi le spese, ma che si è da lungo tempo esteso a tutte le società occidentali.
(Jean Baudrillard, La precessione dei simulacri)

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. TASADAY, Mindanao 1971 (In attesa, nel labirinto, 2004)
  3. SAVAGE REPUBLIC, The year of exile (Ceremonial, 1986)
  4. SAQQARA DOGS, Witness chamber (Thirst, 1987)
  5. 17 PYGMIES, Lawrence of Arabia (Hatikva, 1983)
  6. NAD, Lorenza in Arabia (Ghosts, 1989)
  7. DOUBLING RIDERS, Voila les tropiques (Doublings & silences volume 1, 1985)
  8. THE RESIDENTS, The festival of death (Eskimo, 1979)
  9. I NIPOTI DEL FARAONE, Eskimono (I nipoti del faraone, 1987)
Listen / Info
21/03/2023

La notte di Pan

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Puntata tutta italiana per celebrare l'arrivo della Primavera!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. T.A.C, La notte di Pan (Apotropaismo, 1997)
  3. LE GRAND LUNAIRE, Wilusa (Le grand lunaire, 2022)
  4. ROBERTO MAZZA, Ebridi (Scoprire le orme, 1991)
  5. MU, Dwellers of Paradise (Twelve more scenes of MU, 2019)
  6. TASADAY, Colei che danza per prima (L'eterna risata, 1991)
  7. FUTURO ANTICO, Arte nelle stelle (Intonazioni archetipe, 2013)
  8. FRANCO FALSINI, Cold nose parte 1 (Cold nose, 1975)
  9. KIND OF CTHULHU, Overload (Wadjiwing, 1987)
  10. RICCARDO ZAPPA, Tre e quattro quarti (Celestion, 1977)
Listen / Info
07/03/2023

The Queen of Hearts

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Buona Festa della Donna a tutte le nostre ascoltatrici!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. OFFA REX, The Queen of Hearts (The Queen of Hearts, 2017)
  3. SHIRLEY COLLINS, Awake Awake / The Split Ash Tree / May Carol / Southover (Lodestar, 2016)
  4. PAMELA WYN SHANNON, Bittersweet Dear Madeline (Courting Autumn, 2007)
  5. EMILY PORTMAN, Coracle (Coracle, 2015)
  6. THE OWL SERVICE, Katie Cruel (A Garland of Song, 2007)
  7. JULIE DRISCOLL, A New Awakening (1969, 1971)
  8. OLIVIA CHANEY, Swimming in the Longest River (The Longest River, 2015)
  9. EMILY JANE WHITE, Bessie Smith (Dark Undercoat, 2008)
  10. KAKI KING, Life Being What It Is (Dreaming of Revenge, 2008)
  11. KATE WOLF, Unfinished Life (Close to You, 1981)
  12. NORMA WINSTONE, Song of Love (Edge of Time, 1972)
  13. JUNE TABOR, The Dancing (Apples, 2007)
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21/02/2023

Crazy rhythms

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Non sono stati pochi gli artisti che lo scorso anno hanno intrapreso il lungo cammino verso l’Ignoto.
Tra questi, con discrezione, anche il batterista Anton Fier, a cui dedichiamo questa puntata di Vintage Season.
Nato nel 1956 a Cleveland, diventa presto un importante esponente della scena locale, militando nei Pere Ubu e negli Styrenes.
Trasferitosi a New York partecipa a due rilevanti dischi di debutto: Crazy Rhythms dei Feelies e l’album omonimo dei Lounge Lizards, prodotto nientemeno che da Teo Macero.
Oltre a entrare in contatto con gli intellighiotti metropolitani più in vista (Richard Hell, John Zorn, Bill Laswell, Rhys Chatham) fonda i suoi Golden Palominos, gruppo con solide radici affondate nei Sixties, che esordisce nel 1983 con un lavoro omonimo coprodotto da Fier e Bill Laswell.
Benché abbia pubblicato poco a suo nome la lista delle collaborazioni ha proporzioni non indifferenti, tra artisti di culto (David Thomas, Peter Blegvad, David Cunningham, Afrika Bambaataa) e parti da sessionman di lusso (Mick Jagger, Yoko Ono, Herbie Hancock).
Si fa quasi prima a dire con chi non abbia collaborato, facendo sì che quanto ascolterete è poco più di un antipasto. Vale la pena di proseguire con le altre portate...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FEELIES, Everybody's got something to hide (Crazy Rhythms, 1980)
  3. GOLDEN PALOMINOS, Work was new (Blast of silence, 1986)
  4. PETER BLEGVAD, Something else (is working harder) (Just woke up, 1995)
  5. THE LOUNGE LIZARDS, Fatty walks (The lounge lizards, 1981)
  6. ARTO LINDSAY / AMBITIOUS LOVERS, Locus coruleus (Envy, 1984)
  7. JOHN ZORN, Battle of Algiers (The big gundown, 1986)
  8. ANTON FIER, Bait and switch (Dreamspeed / Blind light 1992-1994, 2003)
  9. PERE UBU, A day such as this (Song of the bailing man, 1982)
  10. ANTON FIER, Clouds without water (Dreamspeed / Blind light 1992-1994, 2003)
  11. THE LODGE, Not all fathers (Smell of a friend, 1988)
  12. PETER BLEGVAD, Weird monkeys (The naked Shakespeare, 1983)
  13. DAVID THOMAS & THE PEDESTRIANS, A day at the botanical gardens (Variations on a theme, 1983)
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07/02/2023

Tarota

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Quando nel 1970 i Weather Underground fecero fuggire Timothy Leary e lo portarono ad Algeri con la moglie i due dovevano essere raggiunti da Eldridge Cleaver delle Black Panther. Circostanze avverse non resero praticabile il piano, con il conseguente espatrio della coppia in Svizzera: sempre disponibile ad accogliere in egual misura capitali e rifugiati politici, il paese era anche la patria di Albert Hofmann, il chimico che com'è noto sintetizzò l'acido lisergico divenendo il perplesso guru di una generazione.
Leary entrò inevitabilmente in contatto con alcuni esponenti della controcultura locale e della vicina Germania, ritagliandosi il ruolo di catalizzatore di interessanti iniziative, anche musicali e discografiche.
Uno di questi fu Sergius Golowin, praghese di nascita, scrittore, uomo politico e studioso di mitologia ed esoterismo. Un altro, e qui ci avviciniamo al punto, il giornalista tedesco Rolf-Ulrich Kaiser che in quel momento, dopo l'esperienza maturata con le etichette Ohr e Pilz, era in procinto di creare una propria casa discografica.
La label fu programmaticamente battezzata Die Kosmischen Kuriere, divisione della Ohr distribuita da Metronome. Quale idea migliore che esordire con un disco a cui Leary avrebbe fornito un nome di prestigioso richiamo controculturale? L'esito fu una pietra miliare della psichedelia teutonica, quel Seven Up che accostava il nome di Leary a quello degli Ash Ra Tempel di Manuel Göttsching.
Prima di riconfigurarsi come Kosmische Musik la casa discografica di Kaiser pubblicò altri due dischi: Lord Krishna Von Goloka di Golowin e Tarot di Walter Wegmüller. Il tutto nel 1973, quando ormai Leary era stato riacciuffato e ricondotto negli Stati Uniti.
Con Wegmüller giungiamo al tema di questa puntata: i tarocchi, specificamente gli arcani maggiori, quei misteriosi simboli che tanto ci affascinano, anche solo sul piano estetico.
Nato nel 1937 e scomparso poco meno di tre anni fa, Wegmüller fu un artista svizzero di origine gitana che, nel corso dei viaggi di prammatica all'epoca, divenne dei tarocchi un esperto e iniziò a disegnarne un proprio mazzo a partire dal 1968. Entrato grazie a Leary in contatto con Kaiser, a quest'ultimo si accese la proverbiale lampadina in testa: perché non realizzare un disco tematico sulle carte, con un brano dedicato a ciascuno degli arcani? Testi e voce di Wegmüller, musiche di artisti del giro Ash Ra Tempel / Cosmic Jokers: ne nacque il doppio album Tarot, impreziosito dal mazzo di carte disegnate dall'artista elvetico. Inevitabilmente ha raggiunto quotazioni considerevoli nel mercato collezionistico, per quanto non da capogiro.
Tarot resta l'unica esperienza discografica di Wegmüller, che negli anni successivi proseguì l'attività artistica e, al pari di Golowin, pubblicò un testo sui tarocchi. Restando in tema di Svizzera occulta, acceniamo di sfuggita che dei tarocchi furono disegnati anche da H.R. Giger e che un autorevole studioso della materia fu Oswald Wirth, importante esponente del revival esoterico dei decenni compresi fra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo scorso.
Piuttosto diverso l'altro disco che fa da colonna portante alla trasmissione odierna: Tarot Suite di Mike Batt. In primis ammirazione e rispetto per Batt, che fa uscire nel 1979 (!) un album di prog enfatico e massimalista, specialmente nei brani che ospitano alla voce Roger Chapman e Colin Blunstone. Del resto Batt, importante professionista dell'industria musicale, si poteva permettere di ostentare indifferenza al contesto e ai gusti dell'epoca, concentrandosi su un personale progetto al quale chiama a collaborare uno stuolo di musicisti piuttosto impressionante. Per dire: Mel Collins dei King Crimson, Rory Gallagher, Jim Cregan dei Blossom Toes e Tony McPhee dei nostri adorati Groundhogs, di cui Batt aveva prodotto l'album d'esordio
E a tutt'altro ambito appartiene Tarot, opera del vibrafonista jazz Robert Wood: un gran bel disco registrato e pubblicato in Francia nel 1972, ristampato nel 1996 dalla benemerita Spalax.
I tarocchi ricorrono spesso nel mondo immaginifico dei Legendary Pink Dots, secondi solo forse alla serie delle Profezie: qui proponiamo un brano dedicato agli Amanti, dal disco omonimo del 1985, registrato per metà dal vivo e metà in studio.
L'interesse per i misteriosi arcani, inesauribili catalizzatori della creatività, è rimasto sempre vivo anche in ambito musicale, come dimostra la pubblicazione giusto lo scorso anno di A tarot of the green wood di Burd Ellen, nome sotto il quale opera Debbie Armour con la collaborazione di Gayle Brogan e Lucy Duncan.
Voidoid City non ha una specifica attinenza con il tema della puntata ma lo abbiamo preso un po' per la copertina, un po' come omaggio alla Third Ear Band che fu uno dei più avanzati esempi di quello spirito di ricerca che animava gli anni a cavallo fra Sessanta e Settanta.
Nel quale, appunto, lo studio dei tarocchi non fu privo di rilevanza.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MIKE BATT & FRIENDS, Introduction (The journey of a fool ) (Tarot suite, 1979)
  3. GLEN SWEENEY'S HYDROGEN JUKE-BOX, Voidoid city (Prophecies, 1991)
  4. WALTER WEGMULLER, Der Wagen (Tarot, 1973)
  5. MIKE BATT & FRIENDS, Tarota (Tarot suite, 1979)
  6. ROBERT WOOD, The hanged man / To lose the day (Tarot, 1972)
  7. THE LEGENDARY PINK DOTS, The lovers – Part two (The lovers, 1985)
  8. WALTER WEGMULLER, Die Sterne (Tarot, 1973)
  9. BURD ELLEN, The hermit (A tarot of the green wood, 2022)
  10. WALTER WEGMULLER, Die Welt (Tarot, 1973)
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24/01/2023

The long dream

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Ed eccoci alla seconda parte della trasmissione dedicata alle uscite discografiche dell'anno appena trascorso.
Un po' di prog con Magma, Dave Kerman e gli Yang di Frédéric L'Epée (fondatore negli anni Settanta degli Shylock).
I venerabili Taj Nahal e Ry Cooder rileggono con la consueta classe i blues di Sonny Terry e Brownie McGhee.
E poi altra cose come i sorprendenti Black Ox Orkestar e i Twinkle3 di Dave Ross e Richard Scott.
Lo scorso anno Merzbow ha pubblicato, oltre a un paio di monumentali antologie, due album in collaborazione rispettivamente con gli Arcane Device e l'australiano Lawrence English. E proprio da quest'ultimo lavoro traiamo il pezzo conclusivo.
La buona musica sembra godere di ottima salute, speriamo altrettanto bene per i prossimi mesi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MELT YOURSELF DOWN, For real (Pray for me I don't fit in)
  3. BIG BIG TRAIN, Bats in the Belfry (Welcome to the planet)
  4. DAVE KERMAN / 5uu'S, That saved a wretch like me (The quiet in your bones)
  5. MAGMA, Ẁalomëhnd ⁄ ëm Ẁarreï (Kãrtëhl)
  6. YANG, Migrations (Designed for disaster)
  7. TAJ MAHAL & RY COODER, Hooray hooray (Get on board. The songs of Sonny Terry & Brownie McGhee)
  8. BLACK OX ORKESTAR, Skotschne (Everything returns)
  9. OREN AMBARCHI, III (Shebang)
  10. TWINKLE3 feat. DAVID SYLVIAN & KAZUKO HOHKI, Cherry blossoms fall (Upon this fleeting dream)
  11. MERZBOW & LAWRENCE ENGLISH, The long dream (Eternal stalker)
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10/01/2023

Lullaby for loved ones

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Con la scorsa puntata ritenevamo di aver chiuso la pagina dell'anno appena trascorso e invece, complice qualche giorno di vacanza, ci siamo dilettati a volgere uno sguardo retrospettivo agli ascolti del 2022 meravigliandoci di quanti bei dischi siano stati pubblicati in quel lasso di tempo.
Ne abbiamo così ricavato non una ma ben due puntate di Vintage Season: la presente, per quel che possono valere le definizioni, dal tono più ambient e onirico, la prossima più progressive.
Abbiamo tralasciato la pur ricca messe di riedizioni, ristampe e compilazioni, giusto per non cadere nella retromania... e non esagerare!
Buon ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NATAHN SALSBURG, X (Landwerk No. 3)
  3. JEREMIAH CHIU & MARIA SOFIA HONER, Snacko (Recordings from the Aland isles)
  4. MIKE COOPER, Tirta Gangga (Oceans of milk and treacle)
  5. PENGUIN CAFE, Ghost in the pond (A matter of life...)
  6. MICHAEL CHAPMAN, Untitled 5 (Another fish)
  7. EMILY PORTMAN & ROB HARBRON, Oh to be alone (Time was away)
  8. BRUNO BAVOTA & CHANTAL ACDA, Lullaby for loved ones (A closer distance)
  9. EVGUENI GALPERINE, Don't tell (Theory of becoming)
  10. IKUE MORI, Outburst (Tracing the magic)
  11. MATMOS, Few, Far Chaos Bugles / Uff... Bosch Gra Wałęsę (Regards/Ukłony Dla Bogusław Schaeffer)
  12. BIOSPHERE, Formanta (Shortwave memories)
  13. ROEDELIUS & TIM STORY, Crisscrossing (4 hands)
  14. PYROLATOR, Yellow springs (Niemandsland)
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27/12/2022

Vintage Season's vintage season

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Dopo un periodo di carestia dettato dalla pandemia globale mondiale, quest’anno siamo finalmente riusciti ad assistere a diversi gustosi concerti. Insomma, una buona annata per Vintage Season.
Iniziamo da IL concerto: attesi da oltre due anni sono finalmenente giunti i Van Der Graaf Generator con un’esibizione straordinaria davanti a un pubblico commosso e partecipe. L’esecuzione di Refugees quale bis ci ha letteralmente stesi…
E da circa due anni attendevamo anche i Soft Machine: la storica sigla oggi è portata avanti dal chitarrista John Etheridge e fondamentale è l’apporto di Theo Travis che si sdoppia egregiamente nei ruoli che furono di Mike Ratledge ed Elton Dean. Notevole anche la location: un teatro un po’ periferico che riportava alla mente i dancing degli anni Settanta, perfetto per la serata.
Molto particolare anche il contesto dell’esibizione del Korr Trio nell’ambito del festival jazz di Novara: una vigna, con tutta una gamma di peculiari interazioni tra artisti e ambiente. Gruppo della raffinata etichetta We insist! il trio è formato da Andrea Grossi, Filippo Monico e dal veterano dell’improvvisazione Michel Doneda, del quale proponiamo un brano tratto dal bel disco Terra del 1985.
Sempre nell’ambito di questo festival, quanto mai stimolante e con le antenne ben orientate a captare nuovi suoni, abbiamo visto l’energico concerto dell’Orchestre tout puissant Marcel Duchamp, folto gruppo ginevrino dalle più disparate provenienze.
Breve ma sempre di grandissimo interesse il festival Alterazioni di Lainate organizzato da Massimo Giuntoli. Lo stesso Giuntoli ha aperto con il progetto My favourite songs, percorso storico ma anche molto personale attraverso le canzoni che hanno segnato una generazione di ascoltatori avvertiti. Di Giuntoli proponiamo un brano tratto dal suo ultimo disco, F.I.T. del 2021, che ha un corrispettivo letterario nel delizioso libro di ‘microracconti filopatafisici’ Cronache molkayane.
Il secondo appuntamento di Alterazioni era invece dedicato al progetto Electroacoustic songs del vulcanico Jacopo Costa, del quale presentiamo un brano proveniente dal primo album dei Loomings.
Con gli Embryo, l’Artchipel Orchestra è il gruppo che abbiamo visto più volte dal vivo, tre delle quali con Jonathan Coe. E da uno di questi concerti è tratto il bel disco uscito come allegato a Musica Jazz di Novembre.
E, per finire, lo storico festival prog di Veruno che si articola in tre giorni di grande musica: eravamo presenti quest’anno all’ultima giornata, conclusasi con l’impressionante, indimenticabile esibizione dei Tangerine Dream.
Il programma della giornata vedeva anche un altro gruppo tedesco, i Seven steps to the green door, magari non originalissimi ma estremamente godibili e capaci di tenere il palco.
Un augurio di buon anno a tutti gli amici che erano con noi durante questi concerti, a quelli che non c’erano e a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Vintage Season.
Che il 2023 sia una… buona annata!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ORCHESTRE TOUT PUISSANT MARCEL DUCHAMP, Be patient (We're OK, but we're lost anyway, 2021)
  3. SOFT MACHINE, Hidden details (Hidden details, 2018)
  4. VAN DER GRAAF GENERATOR, Interference patterns (Trisector, 2008)
  5. SEVEN STEPS TO THE GREEN DOOR, Out of clouds (Step in 2 my world, 2008)
  6. LOOMINGS, Car, suburbs, downtown, despair (Everyday mythology, 2015)
  7. MICHEL DONEDA, Vert et jaune (Terra, 1985)
  8. MASSIMO GIUNTOLI, Shayn Bayn (F.I.T., 2021)
  9. JONATHAN COE & ARTCHIPEL ORCHESTRA, Looking for Cicely (Jonathan Coe & Artchipel Orchestra, 2022)
  10. TANGERINE DREAM, Los Santos City map (Recurring dreams, 2019)
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13/12/2022

Christmas becomes electric

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Puntata a tema di Vintage Season dedicata all'imminente Natale.
Il titolo è ripreso da quello di un bizzarro disco pubblicato nel 1969 dalla Columbia contenente classici natalizi eseguiti con il sintetizzatore Moog, messo in commercio circa cinque anni prima.
E poi tanti 'big della canzone' e qualche nome meno prevedibile, tipo il Kid Creole e Wim Mertens.
Buon Natale a tutte le amiche e gli amici di VS e a presto per l'ultima trasmissione dell'anno!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MOOG MACHINE, Carol of the bells (Christmas becomes electric, 1969)
  3. JAMES BROWN, Signs of Christmas (Christmas songs, 1966)
  4. THE BLIND BOYS OF ALABAMA feat. MAVIS STAPLES, Born in Bethlehem (Go tell it on the mountain, 2003)
  5. AUGUST DARNELL, Christmas on Riverside Drive (A Christmas record, 1981)
  6. CANNED HEAT, Santa Claus is coming to town (Christmas album, 2007)
  7. VINCE GUARALDI, Christmas is coming (A Charlie Brown Christmas, 1965)
  8. BING CROSBY, Jingle bells (White Christmas, 1954)
  9. CHET ATKINS, Jingle bell rock (Christmas with Chet Atkins, 1961)
  10. THE MEXICALI BRASS, White Christmas (Christmas with the Mexicali Brass, 1964)
  11. LOUIS ARMSTRONG, Winter Wonderland (Louis wishes you a cool Yule, 2022)
  12. BOB DYLAN, Have yourself a merry little Christmas (Christmas in the heart, 2009)
  13. JOHNNY CASH, What child is this (Country Christmas, 1992)
  14. CRYSTAL GAYLE, Rudolph the red nosed reindeer (A Crystal Christmas, 1986)
  15. LORETTA LYNN, Oh, come all ye faithful (White Christmas blue, 2016)
  16. SOFT VERDICT, For Christmas only (Ghosts of Christmas past, 1981)
  17. ROD STEWART, Auld Lang Syne (Merry Christmas, baby, 2012)
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29/11/2022

The american metaphysical circus

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Riprendiamo il tema della psichedelia americana più sperimentale con una trasmissione focalizzata su alcuni gruppi orientati alla commistione con l’elettronica.
Al versante colto appartengono Joseph Byrd, allievo di Morton Feldman e John Cage con i suoi United States of America e i Field Hippies, e Jim Cuomo con gli Spoils of war.
Da San Francisco provenivano i Fifty Foot Hose di Cork Marcheschi mentre i Silver Apples agivano a New York e i Lothar and the Hand People a Denver.
What’s become of the baby è un suggestivo brano tratto da uno dei dischi più acidi dei Dead, il palindromo Aoxomoxoa del 1969.
Paul Beaver e Bernard Krause furono tra i primi a utilizzare il moog e a farlo conoscere in ambito rock, per quanto la loro produzione abbia toccato il rock solo tangenzialmente. Gandharva è forse l’opera più celebre del duo, grazie anche alla particpazione di Gerry Mulligan e Bud Shank nella registrazione dal vivo della seconda facciata. Circle x è tratta invece dal precedente Ragnarök del 1969.
As usual… good vibrations!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE UNITED STATES OF AMERICA, The american metaphysical circus (The United States of America, 1968)
  3. SILVER APPLES, Oscillations (Silver apples, 1968)
  4. LOTHAR AND THE HAND PEOPLE, Machines (Presenting Lothar and the Hand people, 1968)
  5. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, The elephant at the door (The american metaphysical circus, 1969)
  6. FIFTY FOOT HOSE, Fantasy (Cauldron, 1968)
  7. SPOILS OF WAR, Void of mystery / The greyness (The spoils of war, 1999)
  8. GRATEFUL DEAD, What's become of the baby (Aoxomoxoa, 1969)
  9. BEAVER & KRAUSE, Circle X (Ragnarok, 1969)
  10. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, Kalyani (The american metaphysical circus, 1969)
  11. SILVER APPLES, You're not foolin' me (Contact, 1969)
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15/11/2022

Hotel Z (storia di fantasmi)

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All’Hotel Z si arriva di notte e le strade sono sempre lucide di pioggia.
Le lettere HEL dell’insegna al neon ronzano e sfarfallano riflettendosi sui finestrini di un vetusto taxi giallo arenato sugli pneumatici sgonfi.
Dietro il bancone della reception Screamin’ Jay Hawkins è intento in misteriose occupazioni e non solleva mai lo sguardo.
Alle sue spalle un’enorme radio a valvole gracchia un blues di Blind Joe Death.
Di fronte due poltrone logore e un basso tavolino ingombro di di elenchi telefonici e riviste ingiallite.
Per accedere al Cabaret Noir bisogna scendere una ripida scala coperta da un tappeto che una volta doveva doveva essere arancio vivo.
Una guardarobiera che somiglia a Poison Ivy Rorschach vi consegna dei gettoni che non riportano numeri o lettere ma simboli indecifrabili.
Qualcuno dice di averci letto il futuro.
I pesanti tendaggi viola soffocano le conversazioni. Gli occhi sono puntati verso il palco: un comico avanti con gli anni racconta fra un set e l’altro vecchie barzellette che sono più delle freddure.
Ricomincia la musica, i cubetti di ghiaccio roteano e tintinnano pigramente nei liquidi ambrati. I portacenere strabordano di mozziconi e una nebbia azzurrina aleggia sopra i tavoli perforata da un faretto che inquadra i musicisti con un alone del colore del cobalto.
Ogni tanto il barista aziona la pala sospesa al soffitto creando un vortice che allontana il fumo e i pensieri.
La musica continua. Fra il pubblico e sul palco qualcuno è già morto e qualcuno sembra ancora vivo.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NILS PETTER MOLVAER, Switch (Switch, 2014)
  3. TYPE O NEGATIVE, Who will save the sane? (World coming down, 1999)
  4. CONRAD SCHNITZLER & BAAL & MORTIMER, Coat (Con-Struct, 2022)
  5. THE NOTWIST feat. SAYA, Ship (Ship, 2020)
  6. STRANGE ATTRACTOR, Evaporate (Mettle, 2009)
  7. JOHN LURIE, Car Cleveland (Stranger than Paradise, 1985)
  8. HAL WILLNER [prod.], Satyricon (Amarcord Nino Rota, 1981)
  9. COIL, The dreamer is still asleep (Musick to play in the dark, 1999)
  10. THE LEGENDARY PINK DOTS, Hotel Z (9 lives to wonder, 1994)
  11. STAN RIDGWAY, Walkin' home alone (The big heat, 1986)
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01/11/2022

Peek-a-boo!

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A dirla tutta, di Halloween non ce ne potrebbe importare di meno. Prendiamo però questa insulsa festa come scusa per una trasmissione a cui pensavamo da tempo.
Si sa che i ragazzini amano i film e i fumetti dell'orrore, alcuni leggono anche dei libri. Il mattino ha l'horror in bocca, come dice Stephen King. Molti ne rimangono segnati per tutta la vita, com'è avvenuto nel caso del vostro Shadow Weaver. E alcuni mettono le loro passioni nella musica: il legame tra horror e rock risale agli albori del genere, il che non stupisce dal momento che una bella fetta dell'intrattenimento adolescenziale dagli anni Cinquanta in poi si basa su produzioni orrorifiche e fantascientifiche. Anche con fini ideologici e formativi: basti pensare ai monomaniacali omini verdi provenienti dal pianeta rosso animati dall'incontrollabile impulso di sconfiggere l'american way of life. Sempre fallito: come ha detto qualcuno, è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo.
Ma tutto ciò riveste scarsa importanza: godiamoci piuttosto questa oretta di campioni dell voodoo-rock!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FLAMIN' GROOVIES, Teenage head (Teenage head, 1971)
  3. LMNOP, Ush (Stock footage: music from the films of Roger Corman, 1994)
  4. THE DAMNED, Dr Jekyll and Mr Hyde (The black album, 1980)
  5. WARREN ZEVON, Werewolves of London (Excitable boy, 1978)
  6. BACKYARD BABIES, Pet semetary (The song Ramones the same, 2002)
  7. FRED SCHNEIDER, Radioactive lady eyeball (Just... Fred, 1996)
  8. THE CRAMPS, Voodoo idol (Psychedelic jungle, 1981)
  9. THE GUN CLUB, Devil in the woods (Miami, 1982)
  10. JAMES WHITE AND THE BLACKS, That old black magic (Sax maniac, 1982)
  11. THE LEATHER NUN, Desolation avenue (Desolation ave, 1985)
  12. PAUL LEARY, It is Mikey (The history of dogs, 1991)
  13. THE B-52's, Devil in my car (Wild planet, 1980)
  14. DEVO, Peek-a-boo! (Oh, no! It's Devo, 1982)
  15. COMBUSTIBLE EDISON, Carnival of souls (I, swinger, 1994)
  16. BUTTHOLE SURFERS, Strangers die everyday (Rembrandt pussyhorse, 1986)
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18/10/2022

Paradox City

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Nei dischi della psichedelia americana di fine Sessanta si nascondono delle luminose perle di sperimentazione.
Spesso prodotte da gruppi che realizzarono un unico album se non una manciata di singoli. Come nel caso dei Bohemian Vendetta, band di Long Island che pubblicò un unico lavoro omonimo nel 1968 per la Mainstream e con cui apriamo la puntata di oggi. Del gruppo faceva parte anche Faine Jade, autore nello stesso anno del delizioso Introspection.
Qualche disco in più lo pubblicarono gli Human Beinz, qui a pasticciare con nastri al contrario e chitarre distortissime. Nel 2004 si ricordò di loro l'enciclopedico Tarantino che inserì Nobody but me nella colonna sonora del primo Kill Bill.
I Mad River erano originari dell'Ohio ma si trasferirono a Berkeley in piena Summer of Love, dove strinsero amicizia con lo scrittore Richard Brautigan che li aiutò nella ricerca di un contratto discografico. Brautigan era all'epoca un autore molto in voga e nel 1970 pubblicò anche un album di letture per la Harvest. Il primo, omonimo, album uscì nel 1968 per la Capitol e i brani erano composti prevalentemente da Lawrence Hammond, che anni dopo approdò alla Takoma di John Fahey. Mad River resta uno dei dischi più belli della psichedelia e War goes on sembra quasi echeggiare quelle sperimentazioni che, un continente e un oceano in mezzo, prendevano forma nella mente di capelloni tedeschi come gli Amon Duul.
Free form guitar è ciò che promette il titolo: un assolo di Terry Kath dei (peraltro inoffensivi) Chicago, all'epoca Chicago Transit Authority. Forse un po' datato ma di indubbio fascino.
La ESP-Disk fu fondata a New York nel 1963 dall'avvocato Bernard Stollman con l'intento di promuovere la diffusione dell'esperanto ma si orientò ben presto sull'avanguardia, soprattutto nell'ambito del jazz: Albert Ayler, Ornette Coleman, Sun Ra, Pharoah Sanders e innumerevoli altri. Ma il catalogo ESP comprendeva un po' di tutto, da songwriters come Randy Burns a gruppi di matrice folk-rock come Godz e Pearls Before Swine. Il grande merito dell'ESP era proprio quello di fornire la massima libertà espressiva e uno sbocco discografico ad artisiti che ben difficilmente sarebbero stati messi sotto contratto da una major: e le major erano di gran lunga più aperte allora di quanto avvenga oggi!
Da questa "congrega di fissati" (titolo della prima traduzione italiana di A confederacy of dunces di John Kennedy Toole) estraiamo Holy Modal Rounders, Cromagnon e Fugs. I primi erano un duo folk, in senso molto lato, messo in piedi da Peter Stampfel e Steve Weber in cui militò brevemente anche Sam Shepard. Folli e anarchici potrebbero essere annoverati tra i precursori del wyrd folk. Così come precursori del noise possono coniderarsi i Cromagnon, autori di un unico album nel 1969, variamente ripubblicato come Cave Rock e Orgasm.
I più noti del mazzo sono i Fugs di Ed Sanders e Tuli Kupferberg: venendo dalla beat generation erano anagraficamente lontani dagli hippies ma decisero di adottare il verbo rock (anche qui in senso ampio) per veicolare le loro idee liberarie e contestatrici. Virgin Forest, dal loro secondo album, è uno dei primi utilizzi della tecnica del cut-up di William Burroughs in ambito sonoro.
I brani di marca ESP sono racchiusi tra due collage dei Moving Sidewalks, tratti dal loro unico album del 1968. A metà strada tra gli assemblaggi zappiani e i dischi per testare gli impianti stereo (frequenti i passaggi di canale) Eclipse e Reclipse sono le due anomalie di Flash, disco marcatamente hendrixiano oltre che altra pietra miliare della psichedelia. I Moving Sidewalks furono in tour con Hendrix e il Voodoo Chile, come tramanda la mitologia del rock, fece dono di una chitarra a Billy Gibbons, futuro fondatore degli inossidabili ZZ Top.
Texani come i Moving Sidewals erano i Red Krayola, gruppo dalla storia lunga e articolata che esordì per la International Artists. Fondata nel 1965 a Houston da Fred Carroll la label pubblicò una dozzina di dischi entrati nella leggenda, a cominciare dai 13th Floor Elevators. Alla fine degli anni Settanta l'etichetta fu riportata in vita da Lelan Rogers, fratello psichedelico del cantante country Kenny, per ripubblicarne il catalogo e dare alle stampe la meravigliosa antologia di singoli Epitaph for a Legend.
God bless the Red Krayola, secondo lavoro dei nostri, è completamente agli antipodi del precedente The Parable of the Arable Land. Minimalista e concettuale, prelude alle successive collaborazioni dei Krayola con il collettivo Art & Language.
E texani erano pure Mouse and the Traps, che non giunsero mai alla pubblicazione di un album ma divennero celebri grazie all'inserimento di A Public Execution in Nuggets. Requiem for Sarah è tratto dalla prima antologia del gruppo, curata nel 1982 dalla benemerita Eva.
Buone vibrazioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BOHEMIAN VENDETTA, Paradox city (Bohemian vendetta, 1968)
  3. THE HUMAN BEINZ, April 15th (Evolutions, 1968)
  4. MAD RIVER, War goes on (Mad river, 1968)
  5. CHICAGO TRANSIT AUTHORITY, Free form guitar (Chicago transit authority, 1969)
  6. THE MOVING SIDEWALKS, Eclipse (Flash, 1968)
  7. HOLY MODAL ROUNDERS, Indian war whoop (Indian war whoop, 1967)
  8. CROMAGNON, Fantasy (Cromagnon, 1969)
  9. THE FUGS, Virgin forest (The Fugs, 1966)
  10. THE MOVING SIDEWALKS, Reclipse (Flash, 1968)
  11. THE RED KRAYOLA, Sherlock Holmes (God bless The Red Krayola and all who sail with it, 1968)
  12. MOUSE ANDTHE TRAPS, Requiem for Sarah (Public execution, 1982)
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04/10/2022

Big Fish Popcorn (F for Fake)

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Un'afosa notte d'agosto ci è apparso in sogno il Signore delle Illusioni.
"Sono un grande estimatore di Vintage Season e sono lieto di annunciarti che sei passato al secondo livello" ci disse. "Puoi fregiarti del titolo di Trickster e mi attendo una puntata all'altezza del tuo appellativo".
Svegliandoci in un bagno di sudore cercammo come prima cosa di interpretare il sogno con i cascami diurni, dal momento che in quel periodo stavamo leggendo Ready Player One di Ernest Cline. L'allusione al secondo livello poteva spiegarsi con la conclusione del primo ciclo della trasmissione. Di più ardua interpretazione il titolo elargitoci nella sua maestosa generosità dal temibile Signore.
Malgrado il caldo comiciammo a essere percorsi dai brividi. Ci sovvenne però che Shadow Weaver opera anche come Fukashita e che il suo esordio nel mondo delle illusioni fu un breve scritto su uno scherzo. Essendo il trickster un gran burlone giungemmo alla conclusione che ci si apettava da noi un'emissione su questo tema.
Ecco quindi a voi un'oretta di beffe, gruppi immaginari, giochi di parole e chi più ne ha più ne metta.
Introducing... Eddie and the Falcons! Gruppo immaginario creato da Roy Wood, fondatore di Move ed Electric Light Orchestra, per il secondo album dei suoi Wizzard. Modellato sulla Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il gruppo propone un entusiastico tributo al rock'n'roll della fine degli anni Cinquanta, particolarmente evidente nelle Everyday I wonder con la sua citazione di Runaway di Del Shannon.
Un tratto ricorrente dei lavori che proporremo è l'esplicito richiamo a un'epoca felice in cui le cose venivano dipinte come semplici e genuine. Il più delle volte, per chiari motivi anagrafici, coincide con l'adolescenza degli artisti in campo. Per molti è l'età aurea del r'n'r e questo spiega il ricorso a nomi di finzione nei quali un frontman carismatico è afficancato da una band di supporto.
Quando gli XTC pubblicarono 25 o'clock sotto lo pseudonimo di The dukes of stratosphear, l'età dell'oro venne spostata un po' avanti, circa 1967, il momento di passaggio dal beat alla prima psichedelia: quella britannica, colorata, trasudante creature fatate e giochi di parole alla Lewis Carroll.
Tutt'altre intenzioni covava Kim Fowley, il Dorian Grey del rock'n'roll, quando mise insieme i Venus and the Razorblades. Nelle intenzioni, la band avrebbe dovuto lanciare la moda punk a Los Angeles, dopo che Fowley le aveva provate un po' tutte per attingere alla cornucopia del successo. Di cui aveva goduto per un po' con il management delle Runaways, ma forse i tempi non erano ancora maturi: glam e punk andavano ancora poco d'accordo.
La storia dei Masked Marauders è un esempio di come l'industria discografica possa permettersi di svelare parodisticamente i propri meccanismi senza compromettere i profitti.
Tutto iniziò con la recensione di un doppio bootleg immaginario, scritta sotto pseudonimo da Greil Marcus, all'epoca editor di Rolling Stone, in colmbutta con Bruce Miroff. Nel mirino venivano inquadrati due bersagli: la voga dei supergruppi (CSNY e simili) e il fanatico collezionismo dei consumatori, all'epoca a caccia del leggendario album bianco di Dylan, considerato il primo bootleg della storia (rock, ovviamente, visto che nel jazz la pratica era già ampiamente diffusa).
Il bootleg in questione avrebbe catturato una session a cui parteciparono Mick Jagger, Dylan e i Beatles (senza Ringo) sotto pseudonimo a causa dei rispetivi vincoli contrattuali. La recensione era scritta talmente bene e piena di dettagli verosimili che molti, vittima delle proprie passioni, finirono per credere all'esistenza del disco. In una significativa consonanza tra mercanti e acquirenti la Warner prese l'iniziativa di reclutare una misconosciuta band di San Francisco, la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, a cui fece incidere i brani citati nella recensione nello stile il più vicino possibile a quello dei musicisti presumibilmente coinvolti.
Come nel miglior complottismo, quando lo scherzo venne svelato alcuni rifiutarono di crederci!
Molto diverso il caso di Big fish popcorn dei Kings of Oblivion: qui siamo al cospetto del sincero omaggio a un Maestro. Che è Zappa, mentre i devoti discepoli rispondono al nome di Jakko M. Jakszyk e Gavin Harrison, i quali, con la complicità di Phil Smee della Bam Caruso, fanno uscire nel 1987 un album retrodatato a vent'anni prima e palesemente ispirato al doppio Uncle Meat.
Le citazioni filologiche e il nome del gruppo (preso dal terzo album dei Pink Fairies del 1973) erano divertiti ammiccamenti agli Avvertiti. Ma qualcuno prese la cosa sul serio, il che non ci stupisce più di tanto dal momento che in quel periodo leggemmo un articolo pubblicato su un noto mensile (di fatto un catalogo commentato della mercanzia di un noto negozio di dischi del varesotto) in cui si esaltava Rockette Morton della Magic Band come una delle prime bassiste della storia del rock.
Ineluttabile il collegamento con Ruben and the Jets, veicolo zappiano per celebrare tutto il suo sincero amore per doo wop e rock'n'roll.
I Rutles erano un'elaborata e affettuosa parodia dei Beatles di ascendenza Monty Python e Bonzo Dog Band, dal momento che artefici ne erano Eric Idle e Neil Innes con l'appoggio entusiasta di George Harrison. Rimandiamo al loro sito ufficiale per approfondirne la vicenda, fatta di dischi, finti documentari e bootleg.
Curiosità d'epoca quella di The Sensational Guitars Of Dan & Dale, gruppo creato da membri dei Blues Project e dell'Arkestra di Sun Ra per sfornare dischi on demand concepiti per sfruttare le mode del momento. Tra questi un Batman and Robin del 1966, parte dei gadget legati alla serie televisiva interpretata da Adam West, inarrivabile icona pop dei Sixties.
Godibilissimo lo scherzo dei Big Daddy, sedicente band catturata nel corso di un tour all'epoca della guerra di Corea che, rilasciata dopo quasi tre decenni, si ritrova a interpretare le hit degli anni Ottanta con lo stile che le è proprio. Competenza e buon gusto rendono l'ascolto dei loro dischi un vero piacere.
Non un fake, ma un caso di pseudomorfosi, fu quello dell'ultimo album dei Velvet Underground. In geologia si intende con questo termine un minerale che assume la forma esterna di un'altra specie mantenendo la sua composizione chimica; ciò può avvenire per alterazione, incrostazione o sostituzione. Un'esempio di quest'ultima casistica è il legno pietrificato, quando la silice prende la forma delle fibre di legno che ha lentamente sostituito. I Velvet persero per strada uno dopo l'altro tutti i membri del disco d'esordio. Quando anche Maureen Tucker se ne andò rimase solo Doug Yule, entrato nel 1968 al posto di John Cale. Yule era ossessionato da Lou Reed, con il quale cercava in tutti i modi di identificarsi, e portò avanti il gruppo fino al 1973. L'anno precedente era uscito Squeeze, ultimo atto dei Velvet, in cui Yule suona tutti gli strumenti, coadiuvato alla batteria da Ian Paice dei Deep Purple. Tra l'altro non è nemmeno un brutto disco.
Non siamo purtroppo riusciti a inserire nella scaletta qualche brano dell'unico disco di Johnny Piss-Off. Anche perché, probabilmente, non esiste: su alcuni oscuri blog circola da tempo la leggenda relativa a un album realizzato alla fine degli anni Settanta da un manipolo di rockstars che intendevano prendersi una rivalsa sui quei teppistelli privi di rispetto che li consideravano dei bolsi dinosauri anacronistici. Costoro si immaginarono un rimbambito punk incontinente che registò un intero album con mezzi di fortuna in una casa di riposo nei sobborghi di Londra. Alcuni sostengono che dietro Johnny si celassero Dylan, Neil Young e John Lennon (in tal caso ci sarebbe una notevole autoironia). Per altri l'idea è da attribuirsi al sosia di Paul McCartney che, non si sa come, riuscì a coinvolgere nell'impresa Jim Morrison ed Elvis Presley, ritiratisi a vita privata dopo aver simulato la propria dipartita. In ogni caso non possiamo che rimanere incantati di fronte a titoli come quello che dà nome all'album, oppure Piss me a river e Do you really want to piss me?
Al di là del divertimento, gli scherzi di cui abbiamo parlato rappresentano un sano antidoto alla seriosità fuori luogo di tanta parte del mondo del rock. Non c'è niente di più patetico e irritante di un cantante di musica leggera che pretende di spiegarti il senso della vita e proporre soluzioni ai mali del mondo.
O no?

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. WIZZARD, Intro (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  3. VENUS AND THE RAZORBLADES, Punk-A-Rama (Songs from the sunshine jungle, 1978)
  4. THE DUKES OF STRATOSPHEAR, 25 o'clock (25 o'clock, 1985)
  5. THE SENSATIONAL GUITARS OF DAN & DALE, Batman and Robin over the roofs (Batman and Robin, 1966)
  6. THE KINGS OF OBLIVION, Big fish popcorn (Big fish popcorn, 1987)
  7. THE MOTHERS OF INVENTION, You didn't try to call me (Cruising with Ruben and the Jets, 1968)
  8. BIG DADDY, Dancing in the dark (Meanwhile... back in the States, 1985)
  9. RUTLES, Doubleback Alley (Millstones, 1996)
  10. THE MASKED MARAUDERS, Season of the witch (The masked marauders, 1969)
  11. WIZZARD, Everyday I wonder (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  12. THE VELVET UNDERGROUND, Louise (Squeezee, 1972)
  13. BIG DADDY, Every breath you take (Meanwhile... back in the States, 1985)
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20/09/2022

Morning dew

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R.U. ready to rock? Vintage Season torna a calcare la scena del musicale (citazione di Elio) e lo fa, coerentemente con la sua visione di circolarità, con una puntata dedicata alle cover.
L'onore di aprire le danze lo affidiamo agli Einstürzende Neubauten che rileggono uno dei classici della canzone di protesta di Tim Rose.
Nel 1990 la Elektra pubblicò il monumentale Rubáiyát, quadruplo album celebrativo dei quarant'anni di vita dell'etichetta, in cui artisti contemporanei reinterpretavano classici del suo pregevole catalogo: dai Doors ai Love, dai Television agli Stooges. Questi ultimi sono omaggiati da John Zorn in compagnia dell'urlatore folle Yamatsuka Eye.
Prossimi a Zorn i Mofungo di Elliott Sharp con un pezzo di Sonny Boy Williamson. I tetragoni Sepultura incontrano, imprevedibilmente, Bob Marley in una bella collezione di covers pubblicata nel 1994 dalla Roadrunner: il titolo, didascalicamente, Covered.
They're coming to take me away, ha-haaa! È un piccolo classico del genere novelty, pubblicato nel 1966 da Jerry Samuels, alias Napoleon XIV, divenuto celebre grazie ai passaggi radiofonici e alle compilazioni di Dr. Demento. Qui lo riprendono i Lard, ma ne esiste anche una divertente versione italiana dei Balordi, gruppo beat protodemenziale milanese in cui militava un giovanissimo Marco Ferradini.
Ulver e Plan 9 rileggono due gioiellini della psichedelia americana di fine Sessanta, rispettivamente Can you travel in the dark alone dei Gandalf e Five years ahead of my time dei Third Bardo. La classe non è acqua.
Scelta piuttosto singolare quella dei Cathedral di riproporre You know dal secondo album dei Curved Air, un'esclusiva per il mercato giapponese inserita come bonus nell'edizione Toy's Factory di Hopkins. Altra chicca è la Misery farm dei Current 93 presentata in un singolo a tiratura limitata venduto ai concerti che il gruppo tenne a New York nel 1999: si può anche affrontare i tempi ultimi con il sorriso sulle labbra.
Curiosa accoppiata quella degli Hawkwind con Samantha Fox; unica eccezione tra le pochissime covers degli Psychedelic Warlords, tutte dedicate ai Pink Floyd.
I Monks erano un gruppo formato da militari americani stanziati a Francoforte che pubblicò una manciata di singoli e un solo album nel 1966. Solevano presentarsi sul palco con dei sai neri e facevano largo uso di feedback e di un inedito banjo elettrificato: tutte cose di cui qualcuno si ricordò ai tempi del punk. Nel 2006 vennero omaggiati dalla berlinese Play loud! Productions con Silver Monk Time, un doppio compact disc dove comparivano, tra gli altri, i Fall, i Silver Apples con Alan Vega e i Faust. Per la precisione la fazione di Joachim Irmler: ci piace immaginare che li abbiano visti in tenera età a Beat Club. Della partita erano anche le nostra amatissime Raincoats con Monk chant.
Eugene Chadbourne è il John Zorn della chitarra, capace si saltare con disinvoltura dall'improvvisazione più radicale e spaventapasseri al pathos sentimentale del Country & Western. Prova ne è la I talk to the wind dei King Crimson tratta da Camper van Chadbourne del 1987.
E con i Camper chiudiamo la trasmissione: Beautiful child proviene dalla rilettura integrale che fecero nel 2002 di Tusk dei Fleetwood Mac, campione d'incassi del 1979.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EINSTURZENDE NEUBAUTEN, Morning dew (Fuenf auf der Nach oben Offenen Richterskala, 1987) [TIM ROSE]
  3. JOHN ZORN, TV eye (Rubáiyát, 1990) [THE STOOGES]
  4. MOFUNGO, Fattenin' frogs for snakes (Wok, 1989) [SONNY BOY WILLIAMSON]
  5. SEPULTURA, War (Covered, 1997) [BOB MARLEY]
  6. LARD, They're coming to take me away (The last temptation of Reid, 1990) [JERRY SAMUELS]
  7. ULVER, Can you travel in the dark alone (Childhood's end, 2012) [GANDALF]
  8. CATHEDRAL, You know (Hopkins, 1996) [CURVED AIR]
  9. PLAN 9, Five years ahead of my time (Plan 9, 1984) [THIRD BARDO]
  10. HAWKWIND & SAMANTHA FOX, Gimme shelter (Gimme shelter, 1993) [ROLLING STONES]
  11. RAINCOATS, Monk chant (Silver monk time, 2006) [THE MONKS]
  12. EUGENE CHADBOURNE & CAMPER VAN BEETHOVEN, I talk to the wind (Camper van Chadbourne, 1987) [KING CRIMSON]
  13. CURRENT 93, Misery farm (Misery farm, 1999) [C. JAY WALLIS]
  14. CAMPER VAN BEETHOVEN, Beautiful child (Tusk, 2002) [FLEETWOOD MAC]
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15/07/2022

I viaggi formano la gioventù

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Giunti alla conclusione di questo primo ciclo di Vintage Season ci congediamo temporaneamente dai nostri pazienti ascoltatori con una puntata dal sapore estivo e dall'elevata temperatura. Del resto fa caldo anche qui...
Ce ne andremo in giro per il mondo con la fantasia, saltando dalla Siberia dei Pikapika Teart al Giappone degli After Dinner per approdare infine al Messico dei Plateau. E in mezzo un po' di tutto.
Auguri di buone vacanze a tutte le nostre ascoltatrici e ai nostri ascoltatori e a risentirci a settembre!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PIKAPIKA TEART, Slavyanskaya 1 (Moonberry, 2010)
  3. AFTER DINNER, Ironclad mermaid (Paradise of replica, 1989)
  4. CLOCK DVA, Impressions of african winter (Thirst, 1981)
  5. CABARET VOLTAIRE, Yashar (2x45, 1982)
  6. 23 SKIDOO, The gospel comes to New Guinea (The gospel comes to New Guinea / Last words, 1981)
  7. TUXEDOMOON, Courante marocaine (Suite en sous-sol, 1982)
  8. MUSLIMGAUZE, Turkish falaka (Buddhist on fire, 1984)
  9. AQSAK MABOUL, I viaggi formano la gioventù (Un peu de l'ame des bandits, 1980)
  10. EMBRYO, Strasse nach Asien (Embryo's Reise, 1979)
  11. PLATEAU, Zumampa (Nemesis 3, 1988)
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01/07/2022

Clocks and clouds

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“A scuola, la maggior parte dei miei amici ascoltava soul, blues, punk, disco, heavy metal: musiche di ogni tipo. Soltanto a due di noi (su più di cento ragazzini) piaceva qualcosa di completamente diverso: una colpevole passione condivisa. Per noi i nomi di certi gruppi – sconosciuti ai nostri compagni – erano una specie di lingua segreta che produceva un riconoscersi e capirsi al volo: National Health, Caravan, Soft Machine, Henry Cow, Hatfield and the North…
Ho sempre pensato che l’aspetto più radicale di quella musica fosse l’inosservanza delle linee di demarcazione: era sperimentale eppure melodiosa; ti catturava il cervello ma anche il corpo; era complessa ma anche affabile e accessibile; non si sapeva mai come potesse proseguire; qualche volta pareva musica classica suonata da un gruppo pop; qualche altra, jazz suonato da un complesso da camera. I musicisti che la facevano erano geniali compositori e improvvisatori, musicisti di prim’ordine, pieni di talento eppure (concosciuti di persona, in anni successivi) assolutamente modesti e alla mano.”
Così Jonathan Coe nelle note di Never odd or even, il primo album della Artchipel Orchestra, che dà sinteticamente e magistralmente voce all’esperienza personale di molti appassionati di musica.
Questa puntata segue la falsariga della trasmissione dedicata a Lindsay Cooper, partendo dall’Artchipel Orchestra per parlare dello straordinario chitarrista Phil Miller.
La collaborazione risale infatti al primo disco dell’Orchestra, dove Miller figura come ospite in tre brani, e che rappresenta un po’ una dichiarazione di intenti del gruppo: il richiamarsi a quello fertile momento creativo che fu il jazz e il jazz rock britannico degli anni Settanta. Da qui le interpretazioni di composizioni di Mike e Kate Westbrook, Fred Frith, Dave Stewart e Alan Gowen.
Il discorso fu ripreso nel 2020 con Truly yours, interamente dedicato alle composizioni di Phil Miller e pubblicato tre anni dopo la sua scomparsa.
Nei link si possono trovare pagine esaustive e dettagliate su Miller, qui basti dire che fu tra i fondatori di gruppi del calibro di Delivery e Hatfield and the North, Matching Mole e National Health. Nomi che suonano dolci come miele alle nostre orecchie.
I Delivery nascono come band dalla matrice rock blues ma già si intuiscono le potenzialità dei musicisti che, per dire, comprendono la cantante Carol Grimes ma anche il fratello di Miller, Steve, Lol Coxhill e Roy Babbington, poi con Caravan e Soft Machine.
Dopo Fools meeting, loro unico album, i Delivery si sbandano: Steve entra nei Caravan mentre Phil viene reclutato da Robert Wyatt nei Matching Mole (il peculiare humor di Wyatt: sorta di pronuncia anglofrancese di Soft Machine).
I fratelli Miller si ritroveranno poi negli Hatfield and the North, fino a quando Phil entrerà nel supergruppo canterburiano National Health in cui confluiscono musicisti provenienti da Egg, Henry Cow e Gilgamesh.
A partire dagli anni Ottanta Miller si dedicherà principalmente alla carriera solista, che passa anche attraverso il suo gruppo In Cahoots e le collaborazioni con il chitarrista e bassista Fred Baker.
Per dare un linea alla selezione proponiamo tre versioni di Calyx, una delle composizioni più note di Miller che ha dato anche il nome a uno dei più importanti siti dedicati al suono di Canterbury: quella dal primo album degli Hatfield con Wyatt alla voce, l’interpretazione dell’Artchipel e quella di Miller con Fred Baker.
Ben rappresentati I National Health: Paracelsus è un breve inedito tratto da un pregevolissomo doppio compact disc della East Side Digital che raccoglie l’intera produzione del gruppo, mentre dalla complementare compilazione di inediti Missing pieces proviene Clocks and clous, frutto di una session radiofonica del 1976. The collapso, da Of queues and cures, rielabora Theme One dei Van Der Graaf Generator: e anche stavolta siamo riusciti in qualche modo a inseririli!
Culture vulture, caustico ritratto di un tipo umano tanto esiziale quanto diffuso, arriva da una collaborazione tra il sassofonista degli Henry Cow, Geoff Leigh, e il tastierista belga Frank Wuyts.
Anche stavolta ci affidiamo all’Artchipel per la chiusura, con una composizione di Ferdinando Faraò dedicata alla memoria di Pip Pyle.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NATIONAL HEALTH, Paracelsus (excerpt) (Complete, 1990)
  3. DELIVERY, Blind to your light (Fools meeting, 1970)
  4. HATFIELD AND THE NORTH, Calyx (Hatfield and the North, 1974)
  5. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Calyx (Truly yours, 2020)
  6. NATIONAL HEALTH, Clocks and clouds (Missing pieces, 1996)
  7. HATFIELD AND THE NORTH, Lounging there trying (The rotter's club, 1975)
  8. MATCHING MOLE, Part of the dance (Matching mole, 1972)
  9. PHIL MILLER, Green & purple (Cutting both ways, 1987)
  10. NATIONAL HEALTH, The collapso (Of queues and cures, 1978)
  11. GEOFF LEIGH & FRANK WUYTS, Culture vulture (From here to drums, 1988)
  12. PHIL MILLER & FRED BAKER, Calyx (Double up, 1992)
  13. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Big orange (Never odd or even, 2012)
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17/06/2022

At the mountains of madness

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Nel corso delle precedenti puntate di VS abbiamo più di una volta fatto riferimento a H.P. Lovecraft e già da tempo pensavamo di dedicargli un’intera emissione. Grazie a un bell’articolo di Gennaro Fucile pubblicato su Musica Jazz di maggio la trasmissione ce la siamo trovata pronta da servire in tavola.
Non cessa di stupire come l’opera di questo disadattato abbia potuto influenzare tanta parte della cultura contemporanea. Forse la risposta più convincente al quesito l’ha fornita Fritz Leiber quando lo definisce un Copernico letterarario, colui che ha riformulato le basi della narrativa dell’orrore dal suo angolo di pubblicazioni amatoriali e riviste pulp, influendo successivamente su ambiti artistici, come la musica, affatto marginali all’interno della sua produzione.
Iniziamo con un brano dei Pacific 231 che in verità non ha un’attinenza diretta con HPL ma serve a, diciamo così, entrare in atmosfera. E poi proviene da quell’ambito (zehul, avant-prog, industrial) che riesce più di altri a tradurre in suoni quel senso di orrore cosmico che pervade l’opera dello scrittore.
Per quel che ne sappiamo gli H.P. Lovecraft furono il primo gruppo a ispirarsi, non solo nel nome, alle sue opere. Formatisi a Chicago nel 1967 si trasferirono ben presto a San Francisco e pubblicarono due album per la Philips. Ci torneremo sopra in una prossima puntata.
Di qualche anno dopo è C'Thlu Thlu dei Caravan da For girls who plump in the night, disco un tantino (ingiustamente) sottovalutato che si avvale di numerosi prestigiosi ospiti come Tony Coe e Paul Buckmaster.
Paul Roland è uno che di Lovecraft se ne intende: basti leggere il suo “Il sogno e l'incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft” pubblicato nel 2017 da Tsunami. Narratore, musicista, studioso del soprannaturale e del paranormale ha dedicato buona parte del suo Re-animator a HPL, utilizzando per la copertina il famoso ritratto di Virgil Finlay.
C'è da perdere la testa a cercare di star dietro alla discografia di John Zorn. L'episodio che proponiamo è tratto dal granitico At the mountain of madness, registrato dal vivo a Mosca e Lubiana nel 2004.
Gli Shub Niggurath, che prendono il nome dal Capro Nero dai Mille Cuccioli, erano un gruppo francese in linea con Art Zoyd e Univers Zero mentre Bevis Frond non richiede presentazioni; queste seconde Miskatonic variations sono tratte dal mastodontico New river head del 1991. Accreditata a The Parthenogenetick Brotherhood of Woronzow, una prima Miskatonic variations si può trovare su Acid jam del 1988.
Chiudiamo, circolarmente, con Mind mirror: tempo e spazio sono solo illusioni sognate da Azathoth, il dio cieco e idiota che gorgoglia e bestemmia al centro dell'universo.
Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PACIFIC 231 & B. WOLF, Mind mirror (Chant d'amour, 1987)
  3. CARAVAN, C'Thlu Thlu (For girls who plump in the night, 1973)
  4. PAUL ROLAND, Abdul Alhazred (Re-Animator, 2007)
  5. H.P. LOVECRAFT, The white ship (H.P. Lovecraft, 1967)
  6. SHUB NIGGURATH, Yog Sothoth (Les morts vont vite, 1986)
  7. ELECTRIC MASADA, Metal tov (At the mountains of madness, 2005)
  8. BEVIS FROND, The Miskatonic variations II (New river head, 1991)
  9. PAUL ROLAND, Cthullu (Re-Animator, 2007)
  10. PACIFIC 231, Mind rorrim (Chant d'amour, 1987)
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03/06/2022

American gothic

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David Ackles è uno di quegli artisti che non ebbe in vita un riconoscimento pari al proprio valore. O, per meglio dire, lo ebbe da numerosi ciritici e colleghi musicisti, ma il pubblico gli voltò pervicacemente le spalle. Forse i suoi riferimenti risultavano oscuri, e spiazzava il mix di chansonnier francesi, teatro espressionista e vaudeville che sotto qualche aspetto lo accomuna a Scott Walker. E poi c’è stata la carriera musicale breve, interrotta da un incidente, e una visione del mondo compassionevole ma disincantata, legata alla sua profonda religiosità.
Se c’è un paese che più di altri lo ha amato è stata la Gran Bretagna, dove raccolse parole di elogio e ammirazione da parte di Elton John ed Elvis Costello. E dove, paradossalmente, registrò il suo conclamato capolavoro American gothic, prodotto da Bernie Taupin.
Il resto della puntata odierna gira intorno al mood del gotico americano, senza un particolare riferimento all’accezione che se ne è data negli ultimi anni.
Pretty Polly è una delle più famose murder ballads britanniche; tra le centinaia di interpretazioni abbiamo scelto quella di Judy Collins, qui accompagnata tra gli altri da Stephen Stills e Van Dyke Parks.
Largo spazio dedichiamo a John Cale, a cominciare dalla sua cover di Heartbreak Hotel, la struggente canzone resa immortale da Elvis Presley. Ghost story proviene invece dal suo primo album solista, Vintage violence del 1970. Nelle vesti di produttore e arrangiatore Cale fu anche l'eminenza grigia dietro i due dischi più belli di Nico: The marble index e Desertshore. La rilettura di Janitor of lunacy, da quest’ultimo, è opera di X-TG, ovvero I Throbbing Gristle senza Genesis P-Orridge; inconfondibile la voce di Antony Hegarty.
E poi ancora Nico con il toccante ricordo di Lenny Bruce scritto da Tim Hardin. Il disco è Chelsea girl e l’epoca quella in cui Nico si esibiva nei locali di New York con Jackson Browne e Tim Buckley.
Sempre Cale produsse anche alcuni brani del primo album dei Modern Lovers di Jonathan Richman, l’eterno ragazzo del rock’n’roll, avallandone lo status di anello di congiunzione tra Velvet Underground e Talking Heads. Tra l’altro Richman somiglia come una goccia d’acqua al Battaglia, il parrucchiere socio dell’Ernesto da cui mia madre mi portava da bambino a tagliare I capelli.
Quando i Canned Heat pubblicarono nel 1968 Living the blues ci cacciarono dentro un po’ di tutto, compresa una Fried hockey boogie dilatata a occupare due intere facciate del doppio album, implacabilmente omessa dalle prime ristampe in compact disc. Collezionisti, studiosi, amici di John Fahey, furono forse tra i pochi a cavar fuori qualcosa di originale dal blues, come dimostra questa One kind favor che è una cover della See that my grave is kept clean composta nel 1928 da Blind Lemon Jefferson.
Fondati dal chitarrista e cantante Steve Morgen a Long Island, i Morgen pubblicarono un solo omonimo album nel 1969 dal suono particolarmente duro e sporco malgrado i frequenti riferimenti fiabeschi dei testi.
I knew Buffalo Bill è l’unico album di quello che si diceva una volta un supergruppo, un’estemporaneo ritrovo di tipi poco raccomandabili provenienti da Barracudas, Swell Maps, Gun Club e Birthday Party. Recentissimo invece Black rider on the storm, frutto della collaborazione tra King Dude e Der Blutharsch: “ballads of a cowboy lost in Austria”, per citare le laconiche ma pertinenti note di copertina.
Richard Farina e Swans sono amici di VS dalla prima puntata e non manchiamo di inserirli qua e là con immutata stima e ammirazione.
Two shots to the head conclude la puntata, così come Dark undercoat, l’album di esordio del 2008 di Emily Jane White.
Dark was the night, cold was the ground...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JUDY COLLINS, Pretty Polly (Who knows where the time goes, 1968)
  3. RICHARD & MIMI FARINA, Raven girl (Reflections in a crystal wind, 1965)
  4. DAVID ACKLES, American gothic (American gothic, 1972)
  5. CANNED HEAT, One kind favor (Living the blues, 1968)
  6. MORGEN, Welcome to the void (Morgen, 1969)
  7. JOHN CALE, Heartbreak hotel (Slow dazzle, 1975)
  8. JEREMY GLUCK, Looking for a place to fall (I knew Buffalo Bill, 1987)
  9. KING DUDE & DER BLUTHARSCH, Dead man (Black rider on the storm, 2022)
  10. SWANS, Failure (White light from the mouth of infinity, 1991)
  11. MODERN LOVERS, Hospital (The modern lovers, 1976)
  12. JOHN CALE, Ghost story (Vintage violence, 1970)
  13. NICO, Eulogy to Lenny Bruce (Chelsea girl, 1967)
  14. X-TG, Janitor of lunacy (Desertshore / The final report, 2012)
  15. EMILY JANE WHITE, Two shots to the head (Dark undercoat, 2008)
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20/05/2022

To Lindsay

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Vintage Season taglia il traguardo della decima puntata e, avendo visto di recente l’Artchipel Orchestra con Jonathan Coe, abbiamo pensato di dedicare la trasmissione odierna a un loro progetto di qualche anno fa.
To Lindsay, pubblicato nel 2017, è un omaggio alla memoria di Lindasy Cooper.
Rendere conto in poco spazio della grandezza di Lindsay Cooper come musicista e compositrice è impresa impossibile. Cercheremo solo di dar sinteticamente conto di alcuni dei percorsi seguiti nel corso della sua carriera.
Partiamo con Henry Cow, il gruppo a cui il suo nome è forse più legato, con due brani tratti dal primo e dall’ultimo loro disco, rispettivamente Legend (o Leg-end in virtù dell'operazione tra il concettuale e il dissacrante che sta dietro le copertine dei primi tre album, in sintonia con il nome stesso del gruppo) del 1973 (Amygdala) e Western culture del 1978 (Half the sky, qui nell’interpretazione dell’Artchipel).
Metà del cielo: se in Henry Cow la componente femminile era tutt’altro che secondaria in News from Babel diventa preponderante. Questo progetto durato un paio d’anni vede infatti, insieme alla Cooper, Chris Cutler, Dagmar Krause e Zeena Parkins.
Un importante filone dell’attività di Lindsay Cooper fu la composizione di colonne sonore. Ne diamo un paio di assaggi: Iceland è tratto da The gold diggers di Sally Potter, a sua volta musicista e parte del Feminist Improvising Group oltre che sorella di Nic, bassista dei Van Der Graaf Generator. Interprete del film è Julie Christie, una delle più carismatiche attrici del cinema britannico, ma ci è data anche la possibilità di vedere Lol Coxhill negli inconsueti panni di attore.
Film music proviene dalla colonna sonora di The song of the shirt, film del 1979 scritto e diretto da Susan Clayton e Jonathan Curling, incentrato sulla vita delle ricamatrici sul cui duro e mal retribuito lavoro nacque e prosperò intorno alla metà dell’Ottocento l’industria londinese dell’abbigliamento.
Il brano è contenuto nell’album Rags, uscito l’anno successivo, e dallo stesso film proviene anche Pictures from the Great exhibition, pubblicato in origine su singolo e incluso successivamente nel doppio Rarities (consigliatissimo per via delle numerose musiche di scena e per diversi brani dell’estemporaneo Trabant Trio con Phil Minton e Alfred Harth).
Trabant Trio, Feminist Improvising Group, Fred Frith appartengono al lato più radicale della sua attività, ma la Cooper ebbe modo di collaborare con artisti dei più diversi: dagli Swans di Children of God agli Egg di The civil surface. E fu anche parte dei Comus, all’epoca del secondo album, così come dei Pedestrians di David Thomas (uno delle schegge impazzite scagliate dalla collisione cosmica fra Pere Ubu, Red Crayola e Henry Cow).
Nightmare proviene da un album del 2004 dedicato alle onde Martenot da Thomas Bloch, musicista francese specializzato in strumenti inusuali. Un brano affascinante, grazie al particolare suono delle onde Martenot e alla voce drammatica di Phil Minton.
I paradossi della fisica quantistica forniscono nel 1991 l'ispirazione per Schrödinger's Cat: “Science does not need mysticism, and mysticism does not need science; but man needs both. Mystical experience is necessary to understand the deepest nature of things and science is essential for modern life. What we need therefore is not a synthesis but a dynamic interplay between mystical intuition and scientific analysis”.
Chiudiamo con To Lindasay, composta da Ferdinando Faraò per l’Artchipel Orchestra e dedichiamo questa trasmissione all’amico Giovanni, compagno di avventure ai tempi di Radio Varese, che mi regalò anni fa un bellissimo cd contenente Rags e The gold diggers.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HENRY COW, Amygdala (Legend, 1973)
  3. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Half the sky (To Lindsay, 2017)
  4. DAVID THOMAS AND THE PEDESTRIANS, Semaphore (Variations on a theme, 1983)
  5. LINDSAY COOPER, Pictures from the great exhibition (Rarities, 2014)
  6. NEWS FROM BABEL, Dark matter (Letters home, 1986)
  7. SWANS, Blackmail (Children of God, 1987)
  8. LINDASY COOPER, Film music (Rags, 1980)
  9. LINDASY COOPER, The particle dance (Schrödinger's Cat, 1991)
  10. THOMAS BLOCH, Nightmare (Ondes Martenot, 2004)
  11. LINDSAY COOPER, Iceland (The gold diggers, 1983)
  12. ARTCHIPEL ORCHESTRA, To Lindasy (To Lindsay, 2017)
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06/05/2022

La musica di Erich Zann

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La puntata di oggi di VS gira in buona parte intorno a quel meraviglioso strumento che è il violino.
Largo quindi al maestro Darryl Way che fa sfoggio della sua abilità sia con I Curved Air sia con I suoi Wolf, gruppo che incise tre album per la Deram e che vantava blasonate collaborazioni, come John Etheridge dei Soft Machine e Ian McDonald dei King Crimson che produsse il loro primo lavoro.
La Electric Light Orchestra, prima di diventare una band pop dallo straordinario successo commerciale, manifestava ancora quella peculiare eccentricità dei Move, dai quali derivava. E poi erano di Birmingham come i Black Sabbath.
Dave Arbus degli East of Eden è noto ai più come il violinista di Baba O'Riley degli Who. In The Stable Of The Sphinx è uno dei pezzi forti di Mercator Projected del 1969. Siamo sempre in casa Deram, sottomarca progressive della Decca tra le più lungimiranti e coraggiose.
Cosa dire degli High Tide? Unici, immensi, paragonabili a nessun altro.
Quando nel 1975 i Van Der Graaf Generator decisero di riunirsi persero momentaneamente per strada il Generatore ma allargarono la formazione andando a ripescare il bassista dei primordi Nic Potter e arruolando il violinista Graham Smith proveniente dagli String Driven Thing, gruppo minore ma non disprezzabile del prog britannico.
Questa seconda fase del gruppo, che si chiuderà con il doppio live Vital del 1978, si caratterizza per un suono duro e aspro che non mancò di suscitare l’ammirazione di alcune delle personalità emergenti del punk, John Lydon in primis.
La musique d'Erich Zann è un’improvvisazione scaturita dalla lettura del racconto di Lovecraft e quasi pare di avvertire in questi pochi minuti quei venti provenienti dal nulla che Zann cercava di tenere a bada con il suono ossessivo del suo strumento.
La tastierista Patricia Dallio, oltre a militare negli Art Zoyd, ha prodotto diversi album a suo nome. Liquidateurs vede al violoncello Fabienne Ringenbach mentre le voci appartengono a una manifestazione contro la costruzione di una centrale nucleare. Dark in opposition!
Il passo che ci conduce agli Art Zoyd è quindi breve; Ballade, insolitamente serena per la loro media, è tratta da uno dei loro album più belli: Phase IV del 1982.
Abbiamo tenuto per ultimi due gruppi di culto di VS: Legendary Pink Dots e Shock Headed Peters.
Come una favola narrata accanto al camino, i primi ci incantano con un breve racconto gotico in cui dei volti di pietra scrutano dall’alto un’umanità desolata dipinta con tratti espressionisti.
Mon repos riesce a essere al tempo stessa fredda e tagliente come un vento invernale, malinconica e rugginosa come un bosco in autunno.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CURVED AIR, Everdance (Second album, 1971)
  3. THE ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA, 10538 Overture (The Electric Light Orchestra, 1971)
  4. EAST OF EDEN, In the stable of the Sphinx (Mercator projected, 1969)
  5. STRING DRIVEN THING, The machine that cried (The machine that cried, 1973)
  6. DARRYL'S WAY WOLF, Game of X (Saturation point, 1973)
  7. HIGH TIDE, Walking down their outlook (Sea shanties, 1969)
  8. VAN DER GRAAF, Last frame (The quiet zone / The pleasure dome, 1977)
  9. UNIVERS ZERO, La musique d'Erich Zann (Ceux du dehors, 1981)
  10. PATRICIA DALLIO, Liquidateurs (D'ou vient l'eau des puits?, 1996)
  11. ART ZOYD, Ballade (Phase IV, 1982)
  12. THE LEGENDARY PINK DOTS, The gallery (Any day now, 1987)
  13. SHOCK HEADED PETERS, Mon repos (Not born beautiful, 1985)
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22/04/2022

L'année dernière à Marienbad

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Con l’allentamento delle misure per il contenimento del Covid Vintage Season va più spesso al cinema e abbiamo quindi pensato di tornare a far visita alla settima arte, dedicandoci questa volta alle colonne sonore.
Due brani per Edward Artemiev da Stalker e Solaris di Andrei Tarkovsky. Artemiev, compositore di musica elettronica, lavorò anche con Nikita Mikhalkov e Andrei Konchalovsky.
Ci sono momenti di esplosione creativa e altri di elaborazione critica del passato. Quando Robin Hardy diresse The wicker man non era consapevole di inaugurare un sottogenere che anni dopo fu chiamato Folk horror. Anche la colonna sonora di Paul Giovanni ebbe una forte influenza sui gruppi neofolk che a partire dagli anni Novanta ripresero a invocare le antiche divinità pagane.
Macbeth segnò il ritorno alla regia di Polansky dopo Rosemary’s baby e il massacro di Bel Air. Comprensibilmente truce e foschissimo vede la Third Ear Band in veste sia di compositori sia, in una breve sequenza, di attori.
Gli Art Zoyd hanno realizzato diverse sonorizzazioni di classici del cinema muto, tra cui l’inquietante Nosferatu di Murnau. Il film conobbe un celebre remake nel 1979 diretto da Werner Herzog, di cui è noto il felice sodalizio con i Popol Vuh, dei quali proponiamo un brano tratto da Herz aus Glas (Cuore di vetro) di tre anni prima.
Lubos Fiser fu un prolifico compositore cecoslovacco che lavorò alla colonna sonora di Valerie a týden divu di Jaromil Jires. Il titolo significa letteralmente Valeria e le settimana delle meraviglie, così come venne tradotto il romanzo dello scrittore surrealista Vítezslav Nezval da cui fu tratto. Surrealista è anche il film, storia di cambiamenti esistenziali densa di simbolismi e personaggi bizzarri, che nel nosto paese venne distribuito con l’ammiccante titolo delirante di Fantasie di una tredicenne! Da non credere.
George Antheil faceva parte di quel folto gruppo di artisti d’avanguardia americani che negli anni Venti trovò un ambiente molto più congeniale a Parigi che in patria. Musicista, scrittore e inventore (il famoso brevetto n. 2.292.387 realizzato con l’amica Hedy Lamarr), frequentò Joyce, Man Ray, Stravinsky ed è noto tra gli Avvertiti per il commento sonoro del Ballet mécanique di Fernand Léger del 1924, di cui proponiamo un estratto.
A seguire Electronic dance da Walkabout (L’inizio del cammino) di Nicolas Roeg, un film tipicamente anni Settanta in cui il rapporto tra civiltà e natura viene rappresentato dal viaggio di due ragazzi attraverso il deserto australiano.
E molto anni Settanta (curiosamente uscirono lo stesso anno) era anche L’abominevole Dr. Phibes di Robert Fuest, pellicola barocca e visionaria, tra le più memorabili interpretazioni di Vincent Price.
Ben diversa la Londra vittoriana de The elephant man, che segnò (grazie a Mel Brooks) il passaggio di David Lynch dal cinema underground al mainstream.
Parecchio underground è anche Liquid sky di Slava Tsukerman: tossici, alieni malintenzionati e fashion nella New York fatiscente dei tempi della No Wave. In parole povere, un piccolo cult.
Sui titoli di coda di questa trasmissione scorre Marienbad di Sonoko, l’unico brano che non sia tratto da una colonna sonora che però contiene qualche frammento di dialogo da L'année dernière à Marienbad di Alain Resnais. Sceneggiato da Alain Robbe-Grillet, e lontanamente ispirato al romanzo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, da cui trasse un raffinatissimo film omonimo Emidio Greco nel 1974.
Romanzo e pellicole incentrati sulla naturale evanescente e spettrale delle rappresentazioni e sull’ambiguo, a volte vampiresco, rapporto tra vita e arte.
Buone visioni!






Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EDWARD ARTEMIEV, Stalker – Theme (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  3. PAUL GIOVANNI, Festival (The wicker man, 1998)
  4. ART ZOYD, Le voyage de Harker (Nosferatu, 1990)
  5. POPOL VUH, Hüter der Schwelle (Herz aus Glas, 1977)
  6. LUBOS FISER, The magic yard (Valerie a týden divů, 2006)
  7. THIRD EAR BAND, Fleance (Music from Macbeth, 1972)
  8. JOHN MORRIS, Dr. Treves visits the freak show and elephant man (The elephant man, 1980)
  9. GEORGE ANTHEIL, Ballet mecanique – excerpt (Dada et la musique, 2005)
  10. JOHN BARRY, Electronic dance (Walkabout, 2016)
  11. SLAVA TSUKERMAN, Fashion show (Liquid sky, 1983)
  12. BASIL KIRCHIN, Phibe's preparation (The abominable Dr. Phibes, 1971)
  13. EDWARD ARTEMIEV, Solaris – Listen to Bach (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  14. SONOKO, Marienbad (La débutante, 1987)
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08/04/2022

Buona Pasqua

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L'odierna puntata di Vintage Season è dedicata all'imminente Pasqua, purtroppo funestata dalla guerra in corso.
Non smettiamo però di sperare in un futuro di pace e armonia tra gli uomini e con gli altri esseri viventi, come nella copertina del disco dei Popol Vuh.
Buona Pasqua a tutti!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FAHEY, Episcopal hymn (Death chants, break downs & military waltzes, 1964)
  3. THE BYRDS, Turn! Turn! Turn! (Turn! Turn! Turn!, 1965)
  4. 16 HORSEPOWER, Black soul choir (Sackcloth'n'ashes, 1995)
  5. STRAWBS, The man who called himself Jesus (Strawbs, 1969)
  6. POPOL VUH, Kyrie (Hosianna mantra, 1972)
  7. WOVEN HAND, A holy measure (The Threshingfloor, 2010)
  8. POPOL VUH, Du Tränke Mich mit Deinen Küssen (Das Hohelied Salomos, 1975)
  9. BRUCE PALMER, Calm before the storm, (The cycle is complete, 1970)
  10. LEO KOTTKE, Easter (My feet are smiling, 1973)
  11. KINO GLAZ, S. Michele Arcangelo (Al passo con l'Arcangelo, 1988)
  12. CURRENT 93, They return to their earth (Emblems: the menstrual years, 1993)
  13. TREMBLING BELLS, Christ's entry into Govan (Dungeness, 2018)
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25/03/2022

Salvador Dali's garden party

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Vintage Season incontra la settima arte. Iniziamo e concludiamo con due brani tratti dalla colonna sonora di uno dei nostri film preferiti: Phantom of the Paradise di Brian De Palma, visione indispensabile per comprendere lo spirito della prima metà degli anni Settanta.
Dan Treacy sogna di essere invitato a una festa all'aperto nel giardino di Salvador Dali: è una grande occasione, ci saranno famosi pittori, poeti e celebrità di Hollywood. Dan in gran spolvero si aggira tra Jack Nicholson e Dennis Hopper, Mia Farrow e Woody Allen.
I Times di Edward Ball, sodale e amico fraterno di Dan Treacy, da par loro immaginano di aiutare la fuga di Patrick McGoohan dal Villaggio. "I'm not a number! I'm a free man!".
The King of Luxemboug, avatar pop del serissimo Simon Fisher Turner, canta la sua passione per due attrici iconiche, per quanto a dir poco lontane tra loro: Valerie Leon e l'algida Lee Remick.
Giù la testa! C'è in giro Charlton Heston che, seguendo una logica tutta sua, tende a sparare a tutto quello che si muove.
Wild Man Fischer era un individuo ben strano che nel 1969 pubblicò un album (doppio!) per la Bizarre di Zappa. Le cronache riferiscono che Fischer mise a dura prova i nervi di Zappa, anche produttore del disco. La versione che proponiamo di Jennifer Jones è opera degli Avant Gardeners di Russell Murch, anch'egli un tipo piuttosto bizzarro.
Omaggio a un'altra grande attrice da parte dei Blue Oyster Cult; visto che siamo in vena di confidenze uno dei nostri gruppi preferiti.
Stan Ridgway, da narratore di razza, compie il piccolo miracolo di condensare un film noir in poco più di quattro minuti. Hats off!
Atmosfere in bianco e nero anche per Louis Philippe: Touch of Evil è il titolo originale de L'infernale Quinlan di Orson Welles con, sempre occhio alla capoccia, Charlton Heston.
Llorando ci riporta alla mente una delle scene più intense di Mullholland Drive, forse il film più lynchiano di David Lynch.
Non pochi sono stati gli attori che si sono cimentati con la musica; tra questi David Hemmings, indimenticabile protagonista di Blow-Up e Profondo rosso, che nel 1967 pubblicò per la MGM Happens, delizioso album di covers a cavallo tra folk rock e psichedelia.
Infine, Peter Hammill si chiede dove vanno gli attori dopo lo spettacolo e Susumu Hirasawa ci regala la versione strumentale di Parade dalla colonna sonora del visionario Paprika di Satoshi Kon.
Buone visioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE JUICY FRUITS, Goodbye, Eddie, Goodbye (Phantom of the Paradise, 1974)
  3. TELEVISION PERSONALITIES, Salvador Dali's garden party (Privilege, 1989)
  4. THE KING OF LUXEMBOURG, Valleri (Royal bastard, 1987)
  5. THE TIMES, I helped Patrick McGoohan escape (Pop goes art!, 1982)
  6. THE KING OF LUXEMBOURG, Lee Remick (Sir, 1988)
  7. STUMP, Charlton Eston (A fierce pancake, 1988)
  8. YE AVANT GARDENERS, Jennifer Jones (Ye Church of the Inner Cosmos, 1983)
  9. BLUE OYSTER CULT, Joan Crawford (Fire of unknown origin, 1981)
  10. STAN RIDGWAY, Drive she said (The big heat, 1986)
  11. LOUIS PHILIPPE, Touch of evil (Appointment with Venus, 1986)
  12. REBEKAH DEL RIO, Llorando (David Lynch's Mullholland Dr., 2001)
  13. DAVID HEMMINGS, War's mistery (Happens, 1967)
  14. PETER HAMMILL, After the show (Skin, 1986)
  15. SUSUMU HIRASAWA, Parade (Paprika, 2006)
  16. PAUL WILLIAMS, The hell of it (Phantom of the Paradise, 1974)
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11/03/2022

Hope Road

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L'otto marzo è giunto più o meno a metà tra le ultime due puntate di Vintage Season. Lo celebriamo pertanto un po' in ritardo con una puntata tutta al femminile. Dedicata a tutte le donne e in particolare alle nostre ascoltatrici e in particolare a Stella!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ANNA DOMINO, Drunk (Anna Domino, 1986)
  3. ANNE CLARK, Hope Road (Hopeless cases, 1987)
  4. STRAWBERRY SWITCHBLADE, Deep water (Strawberry Switchblade, 1985)
  5. THICK PIGEON, Subway (Subway, 1982)
  6. DANIELLE DAX, Inky bloaters (Inky bloaters, 1987)
  7. ANNETTE PEACOCK, My mama never told me how to cook (X-Dreams, 1978)
  8. MARLENA SHAW, Woman of the ghetto (The spice of life, 1969)
  9. TINA & DAVID MELTZER, Pure white place (Poet song, 1969)
  10. BRIGITTE FONTAINE, Le goudron (Comme à la radio, 1969)
  11. BRIGITTE FONTAINE & STEREOLAB, Cache cache (Caliméro, 1998)
  12. THE RAINCOATS, Shouting out loud (Odyshape, 1981)
  13. MEREDITH MONK, Gotham lullaby (Dolmen music, 1981)
  14. MARNIE, Songs hurt me (Songs hurt me, 1988)
  15. THE TRIFFIDS, Raining pleasure (Raining pleasure, 1984)
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25/02/2022

Charlie and Charlie and Other Stories

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Giunto è il momento di dedicare una puntata di Vintage Season agli autori della nostra simpatica sigla: gli ineffabili, inclassificabili, elusivi Slapp Happy.
Nati nel 1972 ad Amburgo dall'incontro (non il primo) tra la tedesca Dagmar Krause, il britannico Anthony Moore e lo statunitense Peter Blegvad pubblicano in quell'anno Sort of e due anni dopo un album omonimo, entrambi per la Polydor. Registrati nei leggendari studi di Wumme dei Faust, i quali non mancano di dar manforte agli amici, sono due dischi bizzarri, apparentemente leggeri, difficilmente inquadrabili. Qua e là sembra di scorgere echi dei Velvet di Loaded (Blue flower), asperità beefheartiane stemperate in salsa pop e un impalpabile zappismo di fondo di marca faustiana.
Alla Polydor non sono soddisfatti, il gruppo trasloca armi e bagagli in Gran Bretagna e fa comunella con gli Henry Cow per In praise of learnig e Desperate straights. La Krause rimarrà, Moore e Blegvad hanno altre aspirazioni.
Tra le innumerevoli fliazioni di Henry Cow / Slapp happy ci sono gli apocalitti Art bears (The winter wheel) e News from Babel (Arcades).
Altre cose le prendiamo dal repertorio di Peter Blegvad e Anthony Moore, musicista a cavallo tra avanguardia e pop sofisticato, un po' alla Simon Fisher Turner.
La versatile voce di Dagmar Krause ci accompagnerà in diversi brani, tra cabarettismo brechtiano e sperimentazioni giovanili (I.D. Company con Inga Rumpf).
Nine minerals emblems è tratto da Kew Rhone, disco straordinariamente stratificato sia sul piano testuale sia su quello musicale. Accreditato a Peter Blegvad, Lisa Herman e John Greaves (bassista di Henry Cow) è notoriamente un album molto amato dai canterburiani.
Ritroviamo Peter Blegad e John Greaves nell'unico album di The lodge, in talentuosa compagnia di Jakko M. Jakszyk, Kristoffer Blegvad e Anton Fier (Lounge lizards, Golden palominos, Pere Ubu...).
Un'ultima curiosità, prima di lasciare spazio agli immensi Faust: Charlie'n Charlie è la versione cantata della nostra sigla abituale. Il secondo album del gruppo, condizionato al suo apparire dalle scelte della casa discografica, fu ripubblicato nel 1980 dalla benemerita Recommended nella sua concezione originaria e con il titolo di Acnalbasac noom (tipico gioco di parole blegvadiano). Charlie'n Charlie are the same!

Tracklist:

  1. SIGLA. SLAPP HAPPY, Charlie'n Charlie (Acnalbasac noom, 1980)
  2. SLAPP HAPPY, Blue flower (Slapp happy, 1972)
  3. I.D. COMPANY, Dünne, Gläserne Frauen (I.D. Company, 1970)
  4. PETER BLEGVAD, King Strut (King Strut and other stories, 1990)
  5. ANTHONY MOORE, Judy get down (Flying doesn't help, 1979)
  6. GREAVES/BLEGVAD/HERMAN, Nine minerals emblems (Kew Rhone, 1977)
  7. ART BEARS, The winter wheel (Winter songs, 1979)
  8. NEWS FROM BABEL, Arcades (Sirens and silences, 1984)
  9. DAGMAR KRAUSE, Barbara song (Supply & demand, 1986)
  10. SLAPP HAPPY, The unborn Byron (Ça Va, 1998)
  11. PETER BLEGVAD, How beautiful you are (The naked Shakespeare, 1983)
  12. THE LODGE, The song (Smell of a friend, 1988)
  13. ANTHONY MOORE, A.B.C.D. Gol'Fish (Pieces from the cloudland ballroom, 1971)
  14. FAUST, Jennifer (Faust IV, 1974)
Listen / Info
11/02/2022

Children of the Universe

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Dal 1969 della scorsa puntata all'anno successivo, quando Paul Kantner pubblica Blows against the empire. Sorta di concept album, passerà alla storia anche solo per la partecipazione di membri di Grateful Dead e CSNY.
Protagonista del disco è l'astronave Hijack, destinata a raccogliere le menti migliori di una generazione per portarle lontano da un pianeta rivelatosi brutto, sporco e molto cattivo.
Alle avventure della novella arca di Noè diedero un seguito quattro anni dopo gli Amon Duul II con un disco che portava per l'appunto il nome del veicolo spaziale, purtroppo appartenente alla fase discendente della loro creatività ma comunque godibile.
A distanza di oltre mezzo secolo appare evidente che le menti migliori sono quelle che hanno fatto più soldi. E che lo spazio da prospettiva di rinnovamento per l'umanità si è trasformato in luogo di salvezza per i super ricchi che vi si rifugeranno dopo aver spremuto il pianeta come un limone, concetto ormai entrato nel senso comune grazie a una serie di romanzi e film, ultimo in ordine di tempo Don't look up di Adam McKay.
Per chi non salirà sulle scialuppe di salvataggio resta la fantasia: "Thinking is the best way to travel" dicevano i Moody Blues.
Affrettiamoci dunque al terminal per imbarcarci sul razzo Ariane dove ci attendono il Capitano Bardot e il Navigatore Spirituale Sun Ra.
Breve tappa a Base Luna dove il tenente Ellis ci offre emglish tea e tramezzini con i cetrioli coltivati nelle serre idroponiche dell'avamposto SHADO. Ripartiamo scortati per un tratto dagli intercettori che, prima di virare, fanno esplodere in allegria tre testate nucleari di buon augurio.
Simpatici incontri nello spazio con la Space baby e il Traveller, ma per sfuggire al temibile Star cannibal finiamo per perdere la rotta!
Ce la vediamo brutta ma per fortuna riceviamo una telefonata dal tenente Ellis che ci fornisce le indicazioni per il più vicino Galactic supermarket, di quelli aperti tutta la notte.
Pieno di carburante, piadina birretta caffè, qualche souvenir e siamo pronti per ripartire.
Meta finale i Children of the universe! Siamo pronti a tornare all'astroporto con rinnovata coscienza.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BRIGITTE BARDOT, Contact (Show, 1968)
  3. HONEYMOON KILLERS, Ariane (Les tueurs de la lun de miel, 1982)
  4. THE B-52's, There's a moon in the sky (The B-52's, 1979)
  5. THE TUBES, Space baby (The Ubes, 1975)
  6. AMON DUUL II, Traveller (Hijack, 1974)
  7. BRIAN RITCHIE, Sun Ra Man from outer space (Sonic temple, 1988)
  8. HAWKWIND, Star cannibal (Church of Hawkwind, 1982)
  9. CHROME, Nova feedback (Alien soundtracks, 1977)
  10. IL BALLETTO DI BRONZO, Missione Sirio 2222 (Sirio 2222, 1970)
  11. DANIELA CASA, Ignoto (Società malata, 1975)
  12. ALFREDO TISOCCO, Galassie (Katharsis, 1975)
  13. COSMIC JOKERS, Galactic supermarket (Galactic supermarket, 1974)
  14. COMUS, Children of the universe (To keep from crying, 1974)
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28/01/2022

Lucifer over London

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“Ungiti e vieni! Ungiti e vieni! - urlavano tutti in un coro selvaggio intorno a lui -. Unisciti alla Danza che non muore mai! Alla dolce e tremenda fantasia del male!”.
(Algernon Blackwood, Antichi sabba)

Alla fine di settembre del 1969 il vostro Shadow Weaver giungeva al compimento del quinto anno d’età. Comprensibilmente non aveva un’idea precisa di quanto accadesse al di fuori della cerchia familiare. “Ricordo il senso di eccitazione causato dal primo allunaggio. Non avevo idea che quell’anno avrebbe segnato la fine del sogno hippie.” dice il nostro. “In effetti non sapevo nemmeno cosa fosse un hippie!”.
Per i dotti due eventi segnano il brusco risveglio dalla sbornia psichedelica: il concerto degli Stones ad Altamont del 6 dicembre e i crimini della Family di Manson. Ma già l’anno prima uscì sugli schermi Rosemary’s Baby, capostipite del moderno horror urbano, al contempo sintomo e causa del prepotente ritorno in scena del Biforcuto.
In quel clima di fine dei tempi alcuni si consegnano volontariamente ai suoi avidi artigli. Altri, come i Black Sabbath, devono circondarsi di simboli apotropaici per evitare l’arruolamento coattivo nelle schiere dei suoi adoratori. Altri ancora si indirizzano verso forme meno pericolose di spiritualità, gettando le fondamenta del New Age a venire.
Lo spirito dell’epoca influenza inevitabilmente la musica giovanile, soprattutto britannica, anche se pochi sono quelli che intattengono rapporti con il milieu magico e occultistico: Graham Bond, Jimmy Page, Black Widow sono i nomi più noti.
In questa puntata incontreremo pertanto Comus e Azathoth, tombe egizie e satanassi, il negromante e le streghe del lago Balaton degli esotici East of Eden. Chi più ne ha ne metta, prima della conclusione esorcistica affidata ai Current 93: we’re sick sick sick of six six six!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLACK SABBATH, Black Sabbath (Black Sabbath, 1970)
  3. GUN, Race with the Devil (Gun, 1968)
  4. ATOMIC ROOSTER, All in Satan’s name (Made in England, 1972)
  5. COMUS, Song to Comus (First Utterance, 1971)
  6. THIRD EAR BAND, Dragon Lines (Alchemy, 1969)
  7. BLACK WIDOW, In Ancient Days (Sacrifice, 1970)
  8. EAST OF EDEN, Bathers (Mercator Projected, 1969)
  9. MIGHTY BABY, Egyptian Tomb (Mighty Baby, 1969)
  10. ARZACHEL, Azathoth (Arzachel, 1969)
  11. VDGG, Necromancer (The Aerosol Grey Machine, 1969)
  12. CURRENT 93, Lucifer over London (Lucifer over London, 1994)
  13. KRZYSZTOF KOMEDA, Lullaby (Rosemary’s Baby, 1968)
Listen / Info
14/01/2022

Do It!

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Do it! ci esorta con la consueta foga Henry Rollins. E allora noi lo facciamo: iniziamo senza induglio la prima puntata di Vintage Season, programmaticamente dedicata alle cover. La Rollins Band attinge a Never Neverland, primo lavoro dei Pink Fairies, filiazione dei Deviants e cugini di Hawkwind & Motorhead. A seguire due interpretazioni dei Moody Blues, ad opera di Mark Nine e Bongwater. Lirica e sognante la prima, scarnificata e amfetaminica la seconda. I Plan 9 arrivavano da Providence, capitale del Rhode Island e città in cui nacque e trascorse la maggior parte della sua esistenza H.P. Lovecraft. Se c’è un’attitudine in comune con lo scrittore è l’erudizione: studiosi dello scibile psichedelico i Plan 9 piazzavano qua e là, con acume e gusto, delle cover non banali. Qui espandono Looking at you dei MC5, tratta da Back in the USA, il secondo “reazionario” album che lasciò di stucco i fan infervorati dal precedente Kick out the jams. I Devo manipolano da par loro un brano di Allen Touissant, reperibile solo in alcune antologie ma comunque celebre grazie al film d’animazione Heavy Metal del 1981. Philip Charles Lithman era un tipo interessante: inizia la sua carriera con i Chilly Willy and the red hot peppers, gruppo britannico di pub rock, per poi varcare l’oceano e aggregarsi ai Residents, diventadone di fatto un membro. Da buon modernista omaggia I Kraftwerk con la celeberrima The model. Sorprendente la scelta degli Swans di inserire nell’album The burning world una delicata versione di Can’t find my way home dei Blind Faith, supergruppo al quadrato nato dall’incontro tra Steve Winwood, Rick Grech, Eric Clapton e Ginger Baker. Inconfondibile la voce di Jarboe. Altra voce femminile quella di Kendra Smith: già con Dream Syndicate, Opal e Clay Allison, nel suo secondo album solista inserì una bella interpretazione di Bold marauder di Richard Fariña, sulla cui vicenda umana e artistica vale la pena di leggere Positively 4th street di David Hajdu. Difficile dire cosa non abbiamo sperimentato I Coil nel corso della loro esistenza; tra queste Who by fire di Leonard Cohen. Parentesi francofona con Honeymonn Killers e Luna. I primi, sorta di versione new wave degli Aksak Maboul, ci conducono a velocità sostenuta lungo la Route Nationale 7 in compagnia di un perplesso Louis Charles Augustin Georges Trenet, più noto semplicemente come Charles. I secondi invece, in compagnia di Letitia Sadier degli Stereolab, omaggiano Serge Gainsbourg con quella Bonnie and Clyde originariamente registrata in coppia con Brigitte Bardot. Ma prima dei Luna c’erano I Galaxie 500, qui alle prese con una canzone di Yoko Ono dal titolo meravigliosamente zen: Listen, the snow is falling. A chiudere questa prima emissione, una riflessione sulla vanità delle cose scaturita dalla penna di Tony McPhee. Contenuta in Solid dei Groundhogs, anno 1974, Sad go round venne ripresa un ventennio dopo dai Current 93. Ad accompagnare David Tibet in quell’occasione erano Michael Cashmore e Nick Saloman alias Bevis Frond. E si sente!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ROLLINS BAND, Do It (Do It, 1988) [PINK FAIRIES]
  3. MARK NINE, Tuesday Afternoon (This Island Earth, 1994) [MOODY BLUES]
  4. BONGWATER, Ride my See-Saw (Double Bummer+, 1989) [MOODY BLUES]
  5. PLAN 9, Lookin’ at You (Plan 9, 1984) [MC5]
  6. DEVO – Working in a Coalmine (Hardcore Devo Volume 2, 1991) [ALLEN TOUSSAINT]
  7. SNAKEFINGER – The Model (Chewing hides the Sound, 1979) [KRAFTWERK]
  8. SWANS, Can't find my Way Home (The burning World, 1989) [BLIND FAITH]
  9. KENDRA SMITH, Bold Marauder (Five Ways of Disappearing, 1995) [RICHARD & MIMI FARINA]
  10. COIL, Who by Fire (Horse Rotorvator, 1986) [LEONARD COHEN]
  11. HONEYMOON KILLERS – Route Nationale 7 (Les tueurs de la lun de miel, 1982) [CHARLES TRENET]
  12. LUNA, Bonnie and Clyde (Penthouse, 1995) [SERGE GAINSBOURG]
  13. GALAXIE 500, Listen, the Snow is falling (This is our Music, 1990) [YOKO ONO]
  14. CURRENT 93, Sad Go Round (Lucifer over London, 1994) [GROUNDHOGS]