Vintage Season

 

Vintage Season

"Vintage Season", tradotto nel nostro paese come "La buona annata", è un romanzo breve che Catherine L. Moore e Henry Kuttner pubblicarono nel 1946 sotto lo pseudonimo di Lawrence O'Donnell. Subito accolto con favore dai lettori, guadagnò col tempo il meritato status di una delle più belle storie della science fiction. La vicenda ruota intorno a una casa affittata a tre curiosi personaggi che si riveleranno essere dei "turisti del tempo", provenienti dal futuro allo scopo di vedere con i propri occhi alcuni momenti significativi della storia umana. Purtroppo, come realizzerà il proprietario dell'abitazione, il momento in cui vive è l'imminenza di una catastrofe alla quale i visitatori non intendono porre rimedio per non interferire con la storia passata e, di conseguenza, con la loro stessa esistenza. La trasmissione che porta il nome del romanzo, meno fosca nelle premesse, intende compiere dei percorsi tra momenti storici e generi musicali anche apparentemente distanti, seguendo personali suggestioni e unendo i puntini come quel gioco di un noto settimanale enigmistico. In tema di relazione col passato, la vediamo come prosecuzione con mezzi moderni di una trasmissione che si chiamava appunto "La buona annata" e che andò in onda per alcuni anni sulle frequenze di una storica emittente varesina. Buoni ascolti!

w/ Shadow Weaver

Shadow Weaver ama tessere dei fili nell’oscurità. Da giovane faceva dei collage che chiamava incollaggi e una volta ha composto una poesia fatta di refusi di stampa. Nella vita procede in ordine alfabetico: ha cominciato con l’Agraria e adesso è nella Cultura. Quale sarà il prossimo passo? Magari il Detective. Però del Paranormale, così ci portiamo un po’ avanti. 

Podcast

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29/11/2022

The american metaphysical circus

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Riprendiamo il tema della psichedelia americana più sperimentale con una trasmissione focalizzata su alcuni gruppi orientati alla commistione con l’elettronica.
Al versante colto appartengono Joseph Byrd, allievo di Morton Feldman e John Cage con i suoi United States of America e i Field Hippies, e Jim Cuomo con gli Spoils of war.
Da San Francisco provenivano i Fifty Foot Hose di Cork Marcheschi mentre i Silver Apples agivano a New York e i Lothar and the Hand People a Denver.
What’s become of the baby è un suggestivo brano tratto da uno dei dischi più acidi dei Dead, il palindromo Aoxomoxoa del 1969.
Paul Beaver e Bernard Krause furono tra i primi a utilizzare il moog e a farlo conoscere in ambito rock, per quanto la loro produzione abbia toccato il rock solo tangenzialmente. Gandharva è forse l’opera più celebre del duo, grazie anche alla particpazione di Gerry Mulligan e Bud Shank nella registrazione dal vivo della seconda facciata. Circle x è tratta invece dal precedente Ragnarök del 1969.
As usual… good vibrations!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE UNITED STATES OF AMERICA, The american metaphysical circus (The United States of America, 1968)
  3. SILVER APPLES, Oscillations (Silver apples, 1968)
  4. LOTHAR AND THE HAND PEOPLE, Machines (Presenting Lothar and the Hand people, 1968)
  5. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, The elephant at the door (The american metaphysical circus, 1969)
  6. FIFTY FOOT HOSE, Fantasy (Cauldron, 1968)
  7. SPOILS OF WAR, Void of mystery / The greyness (The spoils of war, 1999)
  8. GRATEFUL DEAD, What's become of the baby (Aoxomoxoa, 1969)
  9. BEAVER & KRAUSE, Circle X (Ragnarok, 1969)
  10. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, Kalyani (The american metaphysical circus, 1969)
  11. SILVER APPLES, You're not foolin' me (Contact, 1969)
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15/11/2022

Hotel Z (storia di fantasmi)

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All’Hotel Z si arriva di notte e le strade sono sempre lucide di pioggia.
Le lettere HEL dell’insegna al neon ronzano e sfarfallano riflettendosi sui finestrini di un vetusto taxi giallo arenato sugli pneumatici sgonfi.
Dietro il bancone della reception Screamin’ Jay Hawkins è intento in misteriose occupazioni e non solleva mai lo sguardo.
Alle sue spalle un’enorme radio a valvole gracchia un blues di Blind Joe Death.
Di fronte due poltrone logore e un basso tavolino ingombro di di elenchi telefonici e riviste ingiallite.
Per accedere al Cabaret Noir bisogna scendere una ripida scala coperta da un tappeto che una volta doveva doveva essere arancio vivo.
Una guardarobiera che somiglia a Poison Ivy Rorschach vi consegna dei gettoni che non riportano numeri o lettere ma simboli indecifrabili.
Qualcuno dice di averci letto il futuro.
I pesanti tendaggi viola soffocano le conversazioni. Gli occhi sono puntati verso il palco: un comico avanti con gli anni racconta fra un set e l’altro vecchie barzellette che sono più delle freddure.
Ricomincia la musica, i cubetti di ghiaccio roteano e tintinnano pigramente nei liquidi ambrati. I portacenere strabordano di mozziconi e una nebbia azzurrina aleggia sopra i tavoli perforata da un faretto che inquadra i musicisti con un alone del colore del cobalto.
Ogni tanto il barista aziona la pala sospesa al soffitto creando un vortice che allontana il fumo e i pensieri.
La musica continua. Fra il pubblico e sul palco qualcuno è già morto e qualcuno sembra ancora vivo.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NILS PETTER MOLVAER, Switch (Switch, 2014)
  3. TYPE O NEGATIVE, Who will save the sane? (World coming down, 1999)
  4. CONRAD SCHNITZLER & BAAL & MORTIMER, Coat (Con-Struct, 2022)
  5. THE NOTWIST feat. SAYA, Ship (Ship, 2020)
  6. STRANGE ATTRACTOR, Evaporate (Mettle, 2009)
  7. JOHN LURIE, Car Cleveland (Stranger than Paradise, 1985)
  8. HAL WILLNER [prod.], Satyricon (Amarcord Nino Rota, 1981)
  9. COIL, The dreamer is still asleep (Musick to play in the dark, 1999)
  10. THE LEGENDARY PINK DOTS, Hotel Z (9 lives to wonder, 1994)
  11. STAN RIDGWAY, Walkin' home alone (The big heat, 1986)
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01/11/2022

Peek-a-boo!

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A dirla tutta, di Halloween non ce ne potrebbe importare di meno. Prendiamo però questa insulsa festa come scusa per una trasmissione a cui pensavamo da tempo.
Si sa che i ragazzini amano i film e i fumetti dell'orrore, alcuni leggono anche dei libri. Il mattino ha l'horror in bocca, come dice Stephen King. Molti ne rimangono segnati per tutta la vita, com'è avvenuto nel caso del vostro Shadow Weaver. E alcuni mettono le loro passioni nella musica: il legame tra horror e rock risale agli albori del genere, il che non stupisce dal momento che una bella fetta dell'intrattenimento adolescenziale dagli anni Cinquanta in poi si basa su produzioni orrorifiche e fantascientifiche. Anche con fini ideologici e formativi: basti pensare ai monomaniacali omini verdi provenienti dal pianeta rosso animati dall'incontrollabile impulso di sconfiggere l'american way of life. Sempre fallito: come ha detto qualcuno, è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo.
Ma tutto ciò riveste scarsa importanza: godiamoci piuttosto questa oretta di campioni dell voodoo-rock!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FLAMIN' GROOVIES, Teenage head (Teenage head, 1971)
  3. LMNOP, Ush (Stock footage: music from the films of Roger Corman, 1994)
  4. THE DAMNED, Dr Jekyll and Mr Hyde (The black album, 1980)
  5. WARREN ZEVON, Werewolves of London (Excitable boy, 1978)
  6. BACKYARD BABIES, Pet semetary (The song Ramones the same, 2002)
  7. FRED SCHNEIDER, Radioactive lady eyeball (Just... Fred, 1996)
  8. THE CRAMPS, Voodoo idol (Psychedelic jungle, 1981)
  9. THE GUN CLUB, Devil in the woods (Miami, 1982)
  10. JAMES WHITE AND THE BLACKS, That old black magic (Sax maniac, 1982)
  11. THE LEATHER NUN, Desolation avenue (Desolation ave, 1985)
  12. PAUL LEARY, It is Mikey (The history of dogs, 1991)
  13. THE B-52's, Devil in my car (Wild planet, 1980)
  14. DEVO, Peek-a-boo! (Oh, no! It's Devo, 1982)
  15. COMBUSTIBLE EDISON, Carnival of souls (I, swinger, 1994)
  16. BUTTHOLE SURFERS, Strangers die everyday (Rembrandt pussyhorse, 1986)
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18/10/2022

Paradox City

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Nei dischi della psichedelia americana di fine Sessanta si nascondono delle luminose perle di sperimentazione.
Spesso prodotte da gruppi che realizzarono un unico album se non una manciata di singoli. Come nel caso dei Bohemian Vendetta, band di Long Island che pubblicò un unico lavoro omonimo nel 1968 per la Mainstream e con cui apriamo la puntata di oggi. Del gruppo faceva parte anche Faine Jade, autore nello stesso anno del delizioso Introspection.
Qualche disco in più lo pubblicarono gli Human Beinz, qui a pasticciare con nastri al contrario e chitarre distortissime. Nel 2004 si ricordò di loro l'enciclopedico Tarantino che inserì Nobody but me nella colonna sonora del primo Kill Bill.
I Mad River erano originari dell'Ohio ma si trasferirono a Berkeley in piena Summer of Love, dove strinsero amicizia con lo scrittore Richard Brautigan che li aiutò nella ricerca di un contratto discografico. Brautigan era all'epoca un autore molto in voga e nel 1970 pubblicò anche un album di letture per la Harvest. Il primo, omonimo, album uscì nel 1968 per la Capitol e i brani erano composti prevalentemente da Lawrence Hammond, che anni dopo approdò alla Takoma di John Fahey. Mad River resta uno dei dischi più belli della psichedelia e War goes on sembra quasi echeggiare quelle sperimentazioni che, un continente e un oceano in mezzo, prendevano forma nella mente di capelloni tedeschi come gli Amon Duul.
Free form guitar è ciò che promette il titolo: un assolo di Terry Kath dei (peraltro inoffensivi) Chicago, all'epoca Chicago Transit Authority. Forse un po' datato ma di indubbio fascino.
La ESP-Disk fu fondata a New York nel 1963 dall'avvocato Bernard Stollman con l'intento di promuovere la diffusione dell'esperanto ma si orientò ben presto sull'avanguardia, soprattutto nell'ambito del jazz: Albert Ayler, Ornette Coleman, Sun Ra, Pharoah Sanders e innumerevoli altri. Ma il catalogo ESP comprendeva un po' di tutto, da songwriters come Randy Burns a gruppi di matrice folk-rock come Godz e Pearls Before Swine. Il grande merito dell'ESP era proprio quello di fornire la massima libertà espressiva e uno sbocco discografico ad artisiti che ben difficilmente sarebbero stati messi sotto contratto da una major: e le major erano di gran lunga più aperte allora di quanto avvenga oggi!
Da questa "congrega di fissati" (titolo della prima traduzione italiana di A confederacy of dunces di John Kennedy Toole) estraiamo Holy Modal Rounders, Cromagnon e Fugs. I primi erano un duo folk, in senso molto lato, messo in piedi da Peter Stampfel e Steve Weber in cui militò brevemente anche Sam Shepard. Folli e anarchici potrebbero essere annoverati tra i precursori del wyrd folk. Così come precursori del noise possono coniderarsi i Cromagnon, autori di un unico album nel 1969, variamente ripubblicato come Cave Rock e Orgasm.
I più noti del mazzo sono i Fugs di Ed Sanders e Tuli Kupferberg: venendo dalla beat generation erano anagraficamente lontani dagli hippies ma decisero di adottare il verbo rock (anche qui in senso ampio) per veicolare le loro idee liberarie e contestatrici. Virgin Forest, dal loro secondo album, è uno dei primi utilizzi della tecnica del cut-up di William Burroughs in ambito sonoro.
I brani di marca ESP sono racchiusi tra due collage dei Moving Sidewalks, tratti dal loro unico album del 1968. A metà strada tra gli assemblaggi zappiani e i dischi per testare gli impianti stereo (frequenti i passaggi di canale) Eclipse e Reclipse sono le due anomalie di Flash, disco marcatamente hendrixiano oltre che altra pietra miliare della psichedelia. I Moving Sidewalks furono in tour con Hendrix e il Voodoo Chile, come tramanda la mitologia del rock, fece dono di una chitarra a Billy Gibbons, futuro fondatore degli inossidabili ZZ Top.
Texani come i Moving Sidewals erano i Red Krayola, gruppo dalla storia lunga e articolata che esordì per la International Artists. Fondata nel 1965 a Houston da Fred Carroll la label pubblicò una dozzina di dischi entrati nella leggenda, a cominciare dai 13th Floor Elevators. Alla fine degli anni Settanta l'etichetta fu riportata in vita da Lelan Rogers, fratello psichedelico del cantante country Kenny, per ripubblicarne il catalogo e dare alle stampe la meravigliosa antologia di singoli Epitaph for a Legend.
God bless the Red Krayola, secondo lavoro dei nostri, è completamente agli antipodi del precedente The Parable of the Arable Land. Minimalista e concettuale, prelude alle successive collaborazioni dei Krayola con il collettivo Art & Language.
E texani erano pure Mouse and the Traps, che non giunsero mai alla pubblicazione di un album ma divennero celebri grazie all'inserimento di A Public Execution in Nuggets. Requiem for Sarah è tratto dalla prima antologia del gruppo, curata nel 1982 dalla benemerita Eva.
Buone vibrazioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BOHEMIAN VENDETTA, Paradox city (Bohemian vendetta, 1968)
  3. THE HUMAN BEINZ, April 15th (Evolutions, 1968)
  4. MAD RIVER, War goes on (Mad river, 1968)
  5. CHICAGO TRANSIT AUTHORITY, Free form guitar (Chicago transit authority, 1969)
  6. THE MOVING SIDEWALKS, Eclipse (Flash, 1968)
  7. HOLY MODAL ROUNDERS, Indian war whoop (Indian war whoop, 1967)
  8. CROMAGNON, Fantasy (Cromagnon, 1969)
  9. THE FUGS, Virgin forest (The Fugs, 1966)
  10. THE MOVING SIDEWALKS, Reclipse (Flash, 1968)
  11. THE RED KRAYOLA, Sherlock Holmes (God bless The Red Krayola and all who sail with it, 1968)
  12. MOUSE ANDTHE TRAPS, Requiem for Sarah (Public execution, 1982)
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04/10/2022

Big Fish Popcorn (F for Fake)

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Un'afosa notte d'agosto ci è apparso in sogno il Signore delle Illusioni.
"Sono un grande estimatore di Vintage Season e sono lieto di annunciarti che sei passato al secondo livello" ci disse. "Puoi fregiarti del titolo di Trickster e mi attendo una puntata all'altezza del tuo appellativo".
Svegliandoci in un bagno di sudore cercammo come prima cosa di interpretare il sogno con i cascami diurni, dal momento che in quel periodo stavamo leggendo Ready Player One di Ernest Cline. L'allusione al secondo livello poteva spiegarsi con la conclusione del primo ciclo della trasmissione. Di più ardua interpretazione il titolo elargitoci nella sua maestosa generosità dal temibile Signore.
Malgrado il caldo comiciammo a essere percorsi dai brividi. Ci sovvenne però che Shadow Weaver opera anche come Fukashita e che il suo esordio nel mondo delle illusioni fu un breve scritto su uno scherzo. Essendo il trickster un gran burlone giungemmo alla conclusione che ci si apettava da noi un'emissione su questo tema.
Ecco quindi a voi un'oretta di beffe, gruppi immaginari, giochi di parole e chi più ne ha più ne metta.
Introducing... Eddie and the Falcons! Gruppo immaginario creato da Roy Wood, fondatore di Move ed Electric Light Orchestra, per il secondo album dei suoi Wizzard. Modellato sulla Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il gruppo propone un entusiastico tributo al rock'n'roll della fine degli anni Cinquanta, particolarmente evidente nelle Everyday I wonder con la sua citazione di Runaway di Del Shannon.
Un tratto ricorrente dei lavori che proporremo è l'esplicito richiamo a un'epoca felice in cui le cose venivano dipinte come semplici e genuine. Il più delle volte, per chiari motivi anagrafici, coincide con l'adolescenza degli artisti in campo. Per molti è l'età aurea del r'n'r e questo spiega il ricorso a nomi di finzione nei quali un frontman carismatico è afficancato da una band di supporto.
Quando gli XTC pubblicarono 25 o'clock sotto lo pseudonimo di The dukes of stratosphear, l'età dell'oro venne spostata un po' avanti, circa 1967, il momento di passaggio dal beat alla prima psichedelia: quella britannica, colorata, trasudante creature fatate e giochi di parole alla Lewis Carroll.
Tutt'altre intenzioni covava Kim Fowley, il Dorian Grey del rock'n'roll, quando mise insieme i Venus and the Razorblades. Nelle intenzioni, la band avrebbe dovuto lanciare la moda punk a Los Angeles, dopo che Fowley le aveva provate un po' tutte per attingere alla cornucopia del successo. Di cui aveva goduto per un po' con il management delle Runaways, ma forse i tempi non erano ancora maturi: glam e punk andavano ancora poco d'accordo.
La storia dei Masked Marauders è un esempio di come l'industria discografica possa permettersi di svelare parodisticamente i propri meccanismi senza compromettere i profitti.
Tutto iniziò con la recensione di un doppio bootleg immaginario, scritta sotto pseudonimo da Greil Marcus, all'epoca editor di Rolling Stone, in colmbutta con Bruce Miroff. Nel mirino venivano inquadrati due bersagli: la voga dei supergruppi (CSNY e simili) e il fanatico collezionismo dei consumatori, all'epoca a caccia del leggendario album bianco di Dylan, considerato il primo bootleg della storia (rock, ovviamente, visto che nel jazz la pratica era già ampiamente diffusa).
Il bootleg in questione avrebbe catturato una session a cui parteciparono Mick Jagger, Dylan e i Beatles (senza Ringo) sotto pseudonimo a causa dei rispetivi vincoli contrattuali. La recensione era scritta talmente bene e piena di dettagli verosimili che molti, vittima delle proprie passioni, finirono per credere all'esistenza del disco. In una significativa consonanza tra mercanti e acquirenti la Warner prese l'iniziativa di reclutare una misconosciuta band di San Francisco, la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, a cui fece incidere i brani citati nella recensione nello stile il più vicino possibile a quello dei musicisti presumibilmente coinvolti.
Come nel miglior complottismo, quando lo scherzo venne svelato alcuni rifiutarono di crederci!
Molto diverso il caso di Big fish popcorn dei Kings of Oblivion: qui siamo al cospetto del sincero omaggio a un Maestro. Che è Zappa, mentre i devoti discepoli rispondono al nome di Jakko M. Jakszyk e Gavin Harrison, i quali, con la complicità di Phil Smee della Bam Caruso, fanno uscire nel 1987 un album retrodatato a vent'anni prima e palesemente ispirato al doppio Uncle Meat.
Le citazioni filologiche e il nome del gruppo (preso dal terzo album dei Pink Fairies del 1973) erano divertiti ammiccamenti agli Avvertiti. Ma qualcuno prese la cosa sul serio, il che non ci stupisce più di tanto dal momento che in quel periodo leggemmo un articolo pubblicato su un noto mensile (di fatto un catalogo commentato della mercanzia di un noto negozio di dischi del varesotto) in cui si esaltava Rockette Morton della Magic Band come una delle prime bassiste della storia del rock.
Ineluttabile il collegamento con Ruben and the Jets, veicolo zappiano per celebrare tutto il suo sincero amore per doo wop e rock'n'roll.
I Rutles erano un'elaborata e affettuosa parodia dei Beatles di ascendenza Monty Python e Bonzo Dog Band, dal momento che artefici ne erano Eric Idle e Neil Innes con l'appoggio entusiasta di George Harrison. Rimandiamo al loro sito ufficiale per approfondirne la vicenda, fatta di dischi, finti documentari e bootleg.
Curiosità d'epoca quella di The Sensational Guitars Of Dan & Dale, gruppo creato da membri dei Blues Project e dell'Arkestra di Sun Ra per sfornare dischi on demand concepiti per sfruttare le mode del momento. Tra questi un Batman and Robin del 1966, parte dei gadget legati alla serie televisiva interpretata da Adam West, inarrivabile icona pop dei Sixties.
Godibilissimo lo scherzo dei Big Daddy, sedicente band catturata nel corso di un tour all'epoca della guerra di Corea che, rilasciata dopo quasi tre decenni, si ritrova a interpretare le hit degli anni Ottanta con lo stile che le è proprio. Competenza e buon gusto rendono l'ascolto dei loro dischi un vero piacere.
Non un fake, ma un caso di pseudomorfosi, fu quello dell'ultimo album dei Velvet Underground. In geologia si intende con questo termine un minerale che assume la forma esterna di un'altra specie mantenendo la sua composizione chimica; ciò può avvenire per alterazione, incrostazione o sostituzione. Un'esempio di quest'ultima casistica è il legno pietrificato, quando la silice prende la forma delle fibre di legno che ha lentamente sostituito. I Velvet persero per strada uno dopo l'altro tutti i membri del disco d'esordio. Quando anche Maureen Tucker se ne andò rimase solo Doug Yule, entrato nel 1968 al posto di John Cale. Yule era ossessionato da Lou Reed, con il quale cercava in tutti i modi di identificarsi, e portò avanti il gruppo fino al 1973. L'anno precedente era uscito Squeeze, ultimo atto dei Velvet, in cui Yule suona tutti gli strumenti, coadiuvato alla batteria da Ian Paice dei Deep Purple. Tra l'altro non è nemmeno un brutto disco.
Non siamo purtroppo riusciti a inserire nella scaletta qualche brano dell'unico disco di Johnny Piss-Off. Anche perché, probabilmente, non esiste: su alcuni oscuri blog circola da tempo la leggenda relativa a un album realizzato alla fine degli anni Settanta da un manipolo di rockstars che intendevano prendersi una rivalsa sui quei teppistelli privi di rispetto che li consideravano dei bolsi dinosauri anacronistici. Costoro si immaginarono un rimbambito punk incontinente che registò un intero album con mezzi di fortuna in una casa di riposo nei sobborghi di Londra. Alcuni sostengono che dietro Johnny si celassero Dylan, Neil Young e John Lennon (in tal caso ci sarebbe una notevole autoironia). Per altri l'idea è da attribuirsi al sosia di Paul McCartney che, non si sa come, riuscì a coinvolgere nell'impresa Jim Morrison ed Elvis Presley, ritiratisi a vita privata dopo aver simulato la propria dipartita. In ogni caso non possiamo che rimanere incantati di fronte a titoli come quello che dà nome all'album, oppure Piss me a river e Do you really want to piss me?
Al di là del divertimento, gli scherzi di cui abbiamo parlato rappresentano un sano antidoto alla seriosità fuori luogo di tanta parte del mondo del rock. Non c'è niente di più patetico e irritante di un cantante di musica leggera che pretende di spiegarti il senso della vita e proporre soluzioni ai mali del mondo.
O no?

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. WIZZARD, Intro (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  3. VENUS AND THE RAZORBLADES, Punk-A-Rama (Songs from the sunshine jungle, 1978)
  4. THE DUKES OF STRATOSPHEAR, 25 o'clock (25 o'clock, 1985)
  5. THE SENSATIONAL GUITARS OF DAN & DALE, Batman and Robin over the roofs (Batman and Robin, 1966)
  6. THE KINGS OF OBLIVION, Big fish popcorn (Big fish popcorn, 1987)
  7. THE MOTHERS OF INVENTION, You didn't try to call me (Cruising with Ruben and the Jets, 1968)
  8. BIG DADDY, Dancing in the dark (Meanwhile... back in the States, 1985)
  9. RUTLES, Doubleback Alley (Millstones, 1996)
  10. THE MASKED MARAUDERS, Season of the witch (The masked marauders, 1969)
  11. WIZZARD, Everyday I wonder (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  12. THE VELVET UNDERGROUND, Louise (Squeezee, 1972)
  13. BIG DADDY, Every breath you take (Meanwhile... back in the States, 1985)
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20/09/2022

Morning dew

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R.U. ready to rock? Vintage Season torna a calcare la scena del musicale (citazione di Elio) e lo fa, coerentemente con la sua visione di circolarità, con una puntata dedicata alle cover.
L'onore di aprire le danze lo affidiamo agli Einstürzende Neubauten che rileggono uno dei classici della canzone di protesta di Tim Rose.
Nel 1990 la Elektra pubblicò il monumentale Rubáiyát, quadruplo album celebrativo dei quarant'anni di vita dell'etichetta, in cui artisti contemporanei reinterpretavano classici del suo pregevole catalogo: dai Doors ai Love, dai Television agli Stooges. Questi ultimi sono omaggiati da John Zorn in compagnia dell'urlatore folle Yamatsuka Eye.
Prossimi a Zorn i Mofungo di Elliott Sharp con un pezzo di Sonny Boy Williamson. I tetragoni Sepultura incontrano, imprevedibilmente, Bob Marley in una bella collezione di covers pubblicata nel 1994 dalla Roadrunner: il titolo, didascalicamente, Covered.
They're coming to take me away, ha-haaa! È un piccolo classico del genere novelty, pubblicato nel 1966 da Jerry Samuels, alias Napoleon XIV, divenuto celebre grazie ai passaggi radiofonici e alle compilazioni di Dr. Demento. Qui lo riprendono i Lard, ma ne esiste anche una divertente versione italiana dei Balordi, gruppo beat protodemenziale milanese in cui militava un giovanissimo Marco Ferradini.
Ulver e Plan 9 rileggono due gioiellini della psichedelia americana di fine Sessanta, rispettivamente Can you travel in the dark alone dei Gandalf e Five years ahead of my time dei Third Bardo. La classe non è acqua.
Scelta piuttosto singolare quella dei Cathedral di riproporre You know dal secondo album dei Curved Air, un'esclusiva per il mercato giapponese inserita come bonus nell'edizione Toy's Factory di Hopkins. Altra chicca è la Misery farm dei Current 93 presentata in un singolo a tiratura limitata venduto ai concerti che il gruppo tenne a New York nel 1999: si può anche affrontare i tempi ultimi con il sorriso sulle labbra.
Curiosa accoppiata quella degli Hawkwind con Samantha Fox; unica eccezione tra le pochissime covers degli Psychedelic Warlords, tutte dedicate ai Pink Floyd.
I Monks erano un gruppo formato da militari americani stanziati a Francoforte che pubblicò una manciata di singoli e un solo album nel 1966. Solevano presentarsi sul palco con dei sai neri e facevano largo uso di feedback e di un inedito banjo elettrificato: tutte cose di cui qualcuno si ricordò ai tempi del punk. Nel 2006 vennero omaggiati dalla berlinese Play loud! Productions con Silver Monk Time, un doppio compact disc dove comparivano, tra gli altri, i Fall, i Silver Apples con Alan Vega e i Faust. Per la precisione la fazione di Joachim Irmler: ci piace immaginare che li abbiano visti in tenera età a Beat Club. Della partita erano anche le nostra amatissime Raincoats con Monk chant.
Eugene Chadbourne è il John Zorn della chitarra, capace si saltare con disinvoltura dall'improvvisazione più radicale e spaventapasseri al pathos sentimentale del Country & Western. Prova ne è la I talk to the wind dei King Crimson tratta da Camper van Chadbourne del 1987.
E con i Camper chiudiamo la trasmissione: Beautiful child proviene dalla rilettura integrale che fecero nel 2002 di Tusk dei Fleetwood Mac, campione d'incassi del 1979.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EINSTURZENDE NEUBAUTEN, Morning dew (Fuenf auf der Nach oben Offenen Richterskala, 1987) [TIM ROSE]
  3. JOHN ZORN, TV eye (Rubáiyát, 1990) [THE STOOGES]
  4. MOFUNGO, Fattenin' frogs for snakes (Wok, 1989) [SONNY BOY WILLIAMSON]
  5. SEPULTURA, War (Covered, 1997) [BOB MARLEY]
  6. LARD, They're coming to take me away (The last temptation of Reid, 1990) [JERRY SAMUELS]
  7. ULVER, Can you travel in the dark alone (Childhood's end, 2012) [GANDALF]
  8. CATHEDRAL, You know (Hopkins, 1996) [CURVED AIR]
  9. PLAN 9, Five years ahead of my time (Plan 9, 1984) [THIRD BARDO]
  10. HAWKWIND & SAMANTHA FOX, Gimme shelter (Gimme shelter, 1993) [ROLLING STONES]
  11. RAINCOATS, Monk chant (Silver monk time, 2006) [THE MONKS]
  12. EUGENE CHADBOURNE & CAMPER VAN BEETHOVEN, I talk to the wind (Camper van Chadbourne, 1987) [KING CRIMSON]
  13. CURRENT 93, Misery farm (Misery farm, 1999) [C. JAY WALLIS]
  14. CAMPER VAN BEETHOVEN, Beautiful child (Tusk, 2002) [FLEETWOOD MAC]
Listen / Info
15/07/2022

I viaggi formano la gioventù

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Giunti alla conclusione di questo primo ciclo di Vintage Season ci congediamo temporaneamente dai nostri pazienti ascoltatori con una puntata dal sapore estivo e dall'elevata temperatura. Del resto fa caldo anche qui...
Ce ne andremo in giro per il mondo con la fantasia, saltando dalla Siberia dei Pikapika Teart al Giappone degli After Dinner per approdare infine al Messico dei Plateau. E in mezzo un po' di tutto.
Auguri di buone vacanze a tutte le nostre ascoltatrici e ai nostri ascoltatori e a risentirci a settembre!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PIKAPIKA TEART, Slavyanskaya 1 (Moonberry, 2010)
  3. AFTER DINNER, Ironclad mermaid (Paradise of replica, 1989)
  4. CLOCK DVA, Impressions of african winter (Thirst, 1981)
  5. CABARET VOLTAIRE, Yashar (2x45, 1982)
  6. 23 SKIDOO, The gospel comes to New Guinea (The gospel comes to New Guinea / Last words, 1981)
  7. TUXEDOMOON, Courante marocaine (Suite en sous-sol, 1982)
  8. MUSLIMGAUZE, Turkish falaka (Buddhist on fire, 1984)
  9. AQSAK MABOUL, I viaggi formano la gioventù (Un peu de l'ame des bandits, 1980)
  10. EMBRYO, Strasse nach Asien (Embryo's Reise, 1979)
  11. PLATEAU, Zumampa (Nemesis 3, 1988)
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01/07/2022

Clocks and clouds

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“A scuola, la maggior parte dei miei amici ascoltava soul, blues, punk, disco, heavy metal: musiche di ogni tipo. Soltanto a due di noi (su più di cento ragazzini) piaceva qualcosa di completamente diverso: una colpevole passione condivisa. Per noi i nomi di certi gruppi – sconosciuti ai nostri compagni – erano una specie di lingua segreta che produceva un riconoscersi e capirsi al volo: National Health, Caravan, Soft Machine, Henry Cow, Hatfield and the North…
Ho sempre pensato che l’aspetto più radicale di quella musica fosse l’inosservanza delle linee di demarcazione: era sperimentale eppure melodiosa; ti catturava il cervello ma anche il corpo; era complessa ma anche affabile e accessibile; non si sapeva mai come potesse proseguire; qualche volta pareva musica classica suonata da un gruppo pop; qualche altra, jazz suonato da un complesso da camera. I musicisti che la facevano erano geniali compositori e improvvisatori, musicisti di prim’ordine, pieni di talento eppure (concosciuti di persona, in anni successivi) assolutamente modesti e alla mano.”
Così Jonathan Coe nelle note di Never odd or even, il primo album della Artchipel Orchestra, che dà sinteticamente e magistralmente voce all’esperienza personale di molti appassionati di musica.
Questa puntata segue la falsariga della trasmissione dedicata a Lindsay Cooper, partendo dall’Artchipel Orchestra per parlare dello straordinario chitarrista Phil Miller.
La collaborazione risale infatti al primo disco dell’Orchestra, dove Miller figura come ospite in tre brani, e che rappresenta un po’ una dichiarazione di intenti del gruppo: il richiamarsi a quello fertile momento creativo che fu il jazz e il jazz rock britannico degli anni Settanta. Da qui le interpretazioni di composizioni di Mike e Kate Westbrook, Fred Frith, Dave Stewart e Alan Gowen.
Il discorso fu ripreso nel 2020 con Truly yours, interamente dedicato alle composizioni di Phil Miller e pubblicato tre anni dopo la sua scomparsa.
Nei link si possono trovare pagine esaustive e dettagliate su Miller, qui basti dire che fu tra i fondatori di gruppi del calibro di Delivery e Hatfield and the North, Matching Mole e National Health. Nomi che suonano dolci come miele alle nostre orecchie.
I Delivery nascono come band dalla matrice rock blues ma già si intuiscono le potenzialità dei musicisti che, per dire, comprendono la cantante Carol Grimes ma anche il fratello di Miller, Steve, Lol Coxhill e Roy Babbington, poi con Caravan e Soft Machine.
Dopo Fools meeting, loro unico album, i Delivery si sbandano: Steve entra nei Caravan mentre Phil viene reclutato da Robert Wyatt nei Matching Mole (il peculiare humor di Wyatt: sorta di pronuncia anglofrancese di Soft Machine).
I fratelli Miller si ritroveranno poi negli Hatfield and the North, fino a quando Phil entrerà nel supergruppo canterburiano National Health in cui confluiscono musicisti provenienti da Egg, Henry Cow e Gilgamesh.
A partire dagli anni Ottanta Miller si dedicherà principalmente alla carriera solista, che passa anche attraverso il suo gruppo In Cahoots e le collaborazioni con il chitarrista e bassista Fred Baker.
Per dare un linea alla selezione proponiamo tre versioni di Calyx, una delle composizioni più note di Miller che ha dato anche il nome a uno dei più importanti siti dedicati al suono di Canterbury: quella dal primo album degli Hatfield con Wyatt alla voce, l’interpretazione dell’Artchipel e quella di Miller con Fred Baker.
Ben rappresentati I National Health: Paracelsus è un breve inedito tratto da un pregevolissomo doppio compact disc della East Side Digital che raccoglie l’intera produzione del gruppo, mentre dalla complementare compilazione di inediti Missing pieces proviene Clocks and clous, frutto di una session radiofonica del 1976. The collapso, da Of queues and cures, rielabora Theme One dei Van Der Graaf Generator: e anche stavolta siamo riusciti in qualche modo a inseririli!
Culture vulture, caustico ritratto di un tipo umano tanto esiziale quanto diffuso, arriva da una collaborazione tra il sassofonista degli Henry Cow, Geoff Leigh, e il tastierista belga Frank Wuyts.
Anche stavolta ci affidiamo all’Artchipel per la chiusura, con una composizione di Ferdinando Faraò dedicata alla memoria di Pip Pyle.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NATIONAL HEALTH, Paracelsus (excerpt) (Complete, 1990)
  3. DELIVERY, Blind to your light (Fools meeting, 1970)
  4. HATFIELD AND THE NORTH, Calyx (Hatfield and the North, 1974)
  5. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Calyx (Truly yours, 2020)
  6. NATIONAL HEALTH, Clocks and clouds (Missing pieces, 1996)
  7. HATFIELD AND THE NORTH, Lounging there trying (The rotter's club, 1975)
  8. MATCHING MOLE, Part of the dance (Matching mole, 1972)
  9. PHIL MILLER, Green & purple (Cutting both ways, 1987)
  10. NATIONAL HEALTH, The collapso (Of queues and cures, 1978)
  11. GEOFF LEIGH & FRANK WUYTS, Culture vulture (From here to drums, 1988)
  12. PHIL MILLER & FRED BAKER, Calyx (Double up, 1992)
  13. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Big orange (Never odd or even, 2012)
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17/06/2022

At the mountains of madness

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Nel corso delle precedenti puntate di VS abbiamo più di una volta fatto riferimento a H.P. Lovecraft e già da tempo pensavamo di dedicargli un’intera emissione. Grazie a un bell’articolo di Gennaro Fucile pubblicato su Musica Jazz di maggio la trasmissione ce la siamo trovata pronta da servire in tavola.
Non cessa di stupire come l’opera di questo disadattato abbia potuto influenzare tanta parte della cultura contemporanea. Forse la risposta più convincente al quesito l’ha fornita Fritz Leiber quando lo definisce un Copernico letterarario, colui che ha riformulato le basi della narrativa dell’orrore dal suo angolo di pubblicazioni amatoriali e riviste pulp, influendo successivamente su ambiti artistici, come la musica, affatto marginali all’interno della sua produzione.
Iniziamo con un brano dei Pacific 231 che in verità non ha un’attinenza diretta con HPL ma serve a, diciamo così, entrare in atmosfera. E poi proviene da quell’ambito (zehul, avant-prog, industrial) che riesce più di altri a tradurre in suoni quel senso di orrore cosmico che pervade l’opera dello scrittore.
Per quel che ne sappiamo gli H.P. Lovecraft furono il primo gruppo a ispirarsi, non solo nel nome, alle sue opere. Formatisi a Chicago nel 1967 si trasferirono ben presto a San Francisco e pubblicarono due album per la Philips. Ci torneremo sopra in una prossima puntata.
Di qualche anno dopo è C'Thlu Thlu dei Caravan da For girls who plump in the night, disco un tantino (ingiustamente) sottovalutato che si avvale di numerosi prestigiosi ospiti come Tony Coe e Paul Buckmaster.
Paul Roland è uno che di Lovecraft se ne intende: basti leggere il suo “Il sogno e l'incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft” pubblicato nel 2017 da Tsunami. Narratore, musicista, studioso del soprannaturale e del paranormale ha dedicato buona parte del suo Re-animator a HPL, utilizzando per la copertina il famoso ritratto di Virgil Finlay.
C'è da perdere la testa a cercare di star dietro alla discografia di John Zorn. L'episodio che proponiamo è tratto dal granitico At the mountain of madness, registrato dal vivo a Mosca e Lubiana nel 2004.
Gli Shub Niggurath, che prendono il nome dal Capro Nero dai Mille Cuccioli, erano un gruppo francese in linea con Art Zoyd e Univers Zero mentre Bevis Frond non richiede presentazioni; queste seconde Miskatonic variations sono tratte dal mastodontico New river head del 1991. Accreditata a The Parthenogenetick Brotherhood of Woronzow, una prima Miskatonic variations si può trovare su Acid jam del 1988.
Chiudiamo, circolarmente, con Mind mirror: tempo e spazio sono solo illusioni sognate da Azathoth, il dio cieco e idiota che gorgoglia e bestemmia al centro dell'universo.
Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PACIFIC 231 & B. WOLF, Mind mirror (Chant d'amour, 1987)
  3. CARAVAN, C'Thlu Thlu (For girls who plump in the night, 1973)
  4. PAUL ROLAND, Abdul Alhazred (Re-Animator, 2007)
  5. H.P. LOVECRAFT, The white ship (H.P. Lovecraft, 1967)
  6. SHUB NIGGURATH, Yog Sothoth (Les morts vont vite, 1986)
  7. ELECTRIC MASADA, Metal tov (At the mountains of madness, 2005)
  8. BEVIS FROND, The Miskatonic variations II (New river head, 1991)
  9. PAUL ROLAND, Cthullu (Re-Animator, 2007)
  10. PACIFIC 231, Mind rorrim (Chant d'amour, 1987)
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03/06/2022

American gothic

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David Ackles è uno di quegli artisti che non ebbe in vita un riconoscimento pari al proprio valore. O, per meglio dire, lo ebbe da numerosi ciritici e colleghi musicisti, ma il pubblico gli voltò pervicacemente le spalle. Forse i suoi riferimenti risultavano oscuri, e spiazzava il mix di chansonnier francesi, teatro espressionista e vaudeville che sotto qualche aspetto lo accomuna a Scott Walker. E poi c’è stata la carriera musicale breve, interrotta da un incidente, e una visione del mondo compassionevole ma disincantata, legata alla sua profonda religiosità.
Se c’è un paese che più di altri lo ha amato è stata la Gran Bretagna, dove raccolse parole di elogio e ammirazione da parte di Elton John ed Elvis Costello. E dove, paradossalmente, registrò il suo conclamato capolavoro American gothic, prodotto da Bernie Taupin.
Il resto della puntata odierna gira intorno al mood del gotico americano, senza un particolare riferimento all’accezione che se ne è data negli ultimi anni.
Pretty Polly è una delle più famose murder ballads britanniche; tra le centinaia di interpretazioni abbiamo scelto quella di Judy Collins, qui accompagnata tra gli altri da Stephen Stills e Van Dyke Parks.
Largo spazio dedichiamo a John Cale, a cominciare dalla sua cover di Heartbreak Hotel, la struggente canzone resa immortale da Elvis Presley. Ghost story proviene invece dal suo primo album solista, Vintage violence del 1970. Nelle vesti di produttore e arrangiatore Cale fu anche l'eminenza grigia dietro i due dischi più belli di Nico: The marble index e Desertshore. La rilettura di Janitor of lunacy, da quest’ultimo, è opera di X-TG, ovvero I Throbbing Gristle senza Genesis P-Orridge; inconfondibile la voce di Antony Hegarty.
E poi ancora Nico con il toccante ricordo di Lenny Bruce scritto da Tim Hardin. Il disco è Chelsea girl e l’epoca quella in cui Nico si esibiva nei locali di New York con Jackson Browne e Tim Buckley.
Sempre Cale produsse anche alcuni brani del primo album dei Modern Lovers di Jonathan Richman, l’eterno ragazzo del rock’n’roll, avallandone lo status di anello di congiunzione tra Velvet Underground e Talking Heads. Tra l’altro Richman somiglia come una goccia d’acqua al Battaglia, il parrucchiere socio dell’Ernesto da cui mia madre mi portava da bambino a tagliare I capelli.
Quando i Canned Heat pubblicarono nel 1968 Living the blues ci cacciarono dentro un po’ di tutto, compresa una Fried hockey boogie dilatata a occupare due intere facciate del doppio album, implacabilmente omessa dalle prime ristampe in compact disc. Collezionisti, studiosi, amici di John Fahey, furono forse tra i pochi a cavar fuori qualcosa di originale dal blues, come dimostra questa One kind favor che è una cover della See that my grave is kept clean composta nel 1928 da Blind Lemon Jefferson.
Fondati dal chitarrista e cantante Steve Morgen a Long Island, i Morgen pubblicarono un solo omonimo album nel 1969 dal suono particolarmente duro e sporco malgrado i frequenti riferimenti fiabeschi dei testi.
I knew Buffalo Bill è l’unico album di quello che si diceva una volta un supergruppo, un’estemporaneo ritrovo di tipi poco raccomandabili provenienti da Barracudas, Swell Maps, Gun Club e Birthday Party. Recentissimo invece Black rider on the storm, frutto della collaborazione tra King Dude e Der Blutharsch: “ballads of a cowboy lost in Austria”, per citare le laconiche ma pertinenti note di copertina.
Richard Farina e Swans sono amici di VS dalla prima puntata e non manchiamo di inserirli qua e là con immutata stima e ammirazione.
Two shots to the head conclude la puntata, così come Dark undercoat, l’album di esordio del 2008 di Emily Jane White.
Dark was the night, cold was the ground...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JUDY COLLINS, Pretty Polly (Who knows where the time goes, 1968)
  3. RICHARD & MIMI FARINA, Raven girl (Reflections in a crystal wind, 1965)
  4. DAVID ACKLES, American gothic (American gothic, 1972)
  5. CANNED HEAT, One kind favor (Living the blues, 1968)
  6. MORGEN, Welcome to the void (Morgen, 1969)
  7. JOHN CALE, Heartbreak hotel (Slow dazzle, 1975)
  8. JEREMY GLUCK, Looking for a place to fall (I knew Buffalo Bill, 1987)
  9. KING DUDE & DER BLUTHARSCH, Dead man (Black rider on the storm, 2022)
  10. SWANS, Failure (White light from the mouth of infinity, 1991)
  11. MODERN LOVERS, Hospital (The modern lovers, 1976)
  12. JOHN CALE, Ghost story (Vintage violence, 1970)
  13. NICO, Eulogy to Lenny Bruce (Chelsea girl, 1967)
  14. X-TG, Janitor of lunacy (Desertshore / The final report, 2012)
  15. EMILY JANE WHITE, Two shots to the head (Dark undercoat, 2008)
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20/05/2022

To Lindsay

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Vintage Season taglia il traguardo della decima puntata e, avendo visto di recente l’Artchipel Orchestra con Jonathan Coe, abbiamo pensato di dedicare la trasmissione odierna a un loro progetto di qualche anno fa.
To Lindsay, pubblicato nel 2017, è un omaggio alla memoria di Lindasy Cooper.
Rendere conto in poco spazio della grandezza di Lindsay Cooper come musicista e compositrice è impresa impossibile. Cercheremo solo di dar sinteticamente conto di alcuni dei percorsi seguiti nel corso della sua carriera.
Partiamo con Henry Cow, il gruppo a cui il suo nome è forse più legato, con due brani tratti dal primo e dall’ultimo loro disco, rispettivamente Legend (o Leg-end in virtù dell'operazione tra il concettuale e il dissacrante che sta dietro le copertine dei primi tre album, in sintonia con il nome stesso del gruppo) del 1973 (Amygdala) e Western culture del 1978 (Half the sky, qui nell’interpretazione dell’Artchipel).
Metà del cielo: se in Henry Cow la componente femminile era tutt’altro che secondaria in News from Babel diventa preponderante. Questo progetto durato un paio d’anni vede infatti, insieme alla Cooper, Chris Cutler, Dagmar Krause e Zeena Parkins.
Un importante filone dell’attività di Lindsay Cooper fu la composizione di colonne sonore. Ne diamo un paio di assaggi: Iceland è tratto da The gold diggers di Sally Potter, a sua volta musicista e parte del Feminist Improvising Group oltre che sorella di Nic, bassista dei Van Der Graaf Generator. Interprete del film è Julie Christie, una delle più carismatiche attrici del cinema britannico, ma ci è data anche la possibilità di vedere Lol Coxhill negli inconsueti panni di attore.
Film music proviene dalla colonna sonora di The song of the shirt, film del 1979 scritto e diretto da Susan Clayton e Jonathan Curling, incentrato sulla vita delle ricamatrici sul cui duro e mal retribuito lavoro nacque e prosperò intorno alla metà dell’Ottocento l’industria londinese dell’abbigliamento.
Il brano è contenuto nell’album Rags, uscito l’anno successivo, e dallo stesso film proviene anche Pictures from the Great exhibition, pubblicato in origine su singolo e incluso successivamente nel doppio Rarities (consigliatissimo per via delle numerose musiche di scena e per diversi brani dell’estemporaneo Trabant Trio con Phil Minton e Alfred Harth).
Trabant Trio, Feminist Improvising Group, Fred Frith appartengono al lato più radicale della sua attività, ma la Cooper ebbe modo di collaborare con artisti dei più diversi: dagli Swans di Children of God agli Egg di The civil surface. E fu anche parte dei Comus, all’epoca del secondo album, così come dei Pedestrians di David Thomas (uno delle schegge impazzite scagliate dalla collisione cosmica fra Pere Ubu, Red Crayola e Henry Cow).
Nightmare proviene da un album del 2004 dedicato alle onde Martenot da Thomas Bloch, musicista francese specializzato in strumenti inusuali. Un brano affascinante, grazie al particolare suono delle onde Martenot e alla voce drammatica di Phil Minton.
I paradossi della fisica quantistica forniscono nel 1991 l'ispirazione per Schrödinger's Cat: “Science does not need mysticism, and mysticism does not need science; but man needs both. Mystical experience is necessary to understand the deepest nature of things and science is essential for modern life. What we need therefore is not a synthesis but a dynamic interplay between mystical intuition and scientific analysis”.
Chiudiamo con To Lindasay, composta da Ferdinando Faraò per l’Artchipel Orchestra e dedichiamo questa trasmissione all’amico Giovanni, compagno di avventure ai tempi di Radio Varese, che mi regalò anni fa un bellissimo cd contenente Rags e The gold diggers.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HENRY COW, Amygdala (Legend, 1973)
  3. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Half the sky (To Lindsay, 2017)
  4. DAVID THOMAS AND THE PEDESTRIANS, Semaphore (Variations on a theme, 1983)
  5. LINDSAY COOPER, Pictures from the great exhibition (Rarities, 2014)
  6. NEWS FROM BABEL, Dark matter (Letters home, 1986)
  7. SWANS, Blackmail (Children of God, 1987)
  8. LINDASY COOPER, Film music (Rags, 1980)
  9. LINDASY COOPER, The particle dance (Schrödinger's Cat, 1991)
  10. THOMAS BLOCH, Nightmare (Ondes Martenot, 2004)
  11. LINDSAY COOPER, Iceland (The gold diggers, 1983)
  12. ARTCHIPEL ORCHESTRA, To Lindasy (To Lindsay, 2017)
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06/05/2022

La musica di Erich Zann

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La puntata di oggi di VS gira in buona parte intorno a quel meraviglioso strumento che è il violino.
Largo quindi al maestro Darryl Way che fa sfoggio della sua abilità sia con I Curved Air sia con I suoi Wolf, gruppo che incise tre album per la Deram e che vantava blasonate collaborazioni, come John Etheridge dei Soft Machine e Ian McDonald dei King Crimson che produsse il loro primo lavoro.
La Electric Light Orchestra, prima di diventare una band pop dallo straordinario successo commerciale, manifestava ancora quella peculiare eccentricità dei Move, dai quali derivava. E poi erano di Birmingham come i Black Sabbath.
Dave Arbus degli East of Eden è noto ai più come il violinista di Baba O'Riley degli Who. In The Stable Of The Sphinx è uno dei pezzi forti di Mercator Projected del 1969. Siamo sempre in casa Deram, sottomarca progressive della Decca tra le più lungimiranti e coraggiose.
Cosa dire degli High Tide? Unici, immensi, paragonabili a nessun altro.
Quando nel 1975 i Van Der Graaf Generator decisero di riunirsi persero momentaneamente per strada il Generatore ma allargarono la formazione andando a ripescare il bassista dei primordi Nic Potter e arruolando il violinista Graham Smith proveniente dagli String Driven Thing, gruppo minore ma non disprezzabile del prog britannico.
Questa seconda fase del gruppo, che si chiuderà con il doppio live Vital del 1978, si caratterizza per un suono duro e aspro che non mancò di suscitare l’ammirazione di alcune delle personalità emergenti del punk, John Lydon in primis.
La musique d'Erich Zann è un’improvvisazione scaturita dalla lettura del racconto di Lovecraft e quasi pare di avvertire in questi pochi minuti quei venti provenienti dal nulla che Zann cercava di tenere a bada con il suono ossessivo del suo strumento.
La tastierista Patricia Dallio, oltre a militare negli Art Zoyd, ha prodotto diversi album a suo nome. Liquidateurs vede al violoncello Fabienne Ringenbach mentre le voci appartengono a una manifestazione contro la costruzione di una centrale nucleare. Dark in opposition!
Il passo che ci conduce agli Art Zoyd è quindi breve; Ballade, insolitamente serena per la loro media, è tratta da uno dei loro album più belli: Phase IV del 1982.
Abbiamo tenuto per ultimi due gruppi di culto di VS: Legendary Pink Dots e Shock Headed Peters.
Come una favola narrata accanto al camino, i primi ci incantano con un breve racconto gotico in cui dei volti di pietra scrutano dall’alto un’umanità desolata dipinta con tratti espressionisti.
Mon repos riesce a essere al tempo stessa fredda e tagliente come un vento invernale, malinconica e rugginosa come un bosco in autunno.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CURVED AIR, Everdance (Second album, 1971)
  3. THE ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA, 10538 Overture (The Electric Light Orchestra, 1971)
  4. EAST OF EDEN, In the stable of the Sphinx (Mercator projected, 1969)
  5. STRING DRIVEN THING, The machine that cried (The machine that cried, 1973)
  6. DARRYL'S WAY WOLF, Game of X (Saturation point, 1973)
  7. HIGH TIDE, Walking down their outlook (Sea shanties, 1969)
  8. VAN DER GRAAF, Last frame (The quiet zone / The pleasure dome, 1977)
  9. UNIVERS ZERO, La musique d'Erich Zann (Ceux du dehors, 1981)
  10. PATRICIA DALLIO, Liquidateurs (D'ou vient l'eau des puits?, 1996)
  11. ART ZOYD, Ballade (Phase IV, 1982)
  12. THE LEGENDARY PINK DOTS, The gallery (Any day now, 1987)
  13. SHOCK HEADED PETERS, Mon repos (Not born beautiful, 1985)
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22/04/2022

L'année dernière à Marienbad

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Con l’allentamento delle misure per il contenimento del Covid Vintage Season va più spesso al cinema e abbiamo quindi pensato di tornare a far visita alla settima arte, dedicandoci questa volta alle colonne sonore.
Due brani per Edward Artemiev da Stalker e Solaris di Andrei Tarkovsky. Artemiev, compositore di musica elettronica, lavorò anche con Nikita Mikhalkov e Andrei Konchalovsky.
Ci sono momenti di esplosione creativa e altri di elaborazione critica del passato. Quando Robin Hardy diresse The wicker man non era consapevole di inaugurare un sottogenere che anni dopo fu chiamato Folk horror. Anche la colonna sonora di Paul Giovanni ebbe una forte influenza sui gruppi neofolk che a partire dagli anni Novanta ripresero a invocare le antiche divinità pagane.
Macbeth segnò il ritorno alla regia di Polansky dopo Rosemary’s baby e il massacro di Bel Air. Comprensibilmente truce e foschissimo vede la Third Ear Band in veste sia di compositori sia, in una breve sequenza, di attori.
Gli Art Zoyd hanno realizzato diverse sonorizzazioni di classici del cinema muto, tra cui l’inquietante Nosferatu di Murnau. Il film conobbe un celebre remake nel 1979 diretto da Werner Herzog, di cui è noto il felice sodalizio con i Popol Vuh, dei quali proponiamo un brano tratto da Herz aus Glas (Cuore di vetro) di tre anni prima.
Lubos Fiser fu un prolifico compositore cecoslovacco che lavorò alla colonna sonora di Valerie a týden divu di Jaromil Jires. Il titolo significa letteralmente Valeria e le settimana delle meraviglie, così come venne tradotto il romanzo dello scrittore surrealista Vítezslav Nezval da cui fu tratto. Surrealista è anche il film, storia di cambiamenti esistenziali densa di simbolismi e personaggi bizzarri, che nel nosto paese venne distribuito con l’ammiccante titolo delirante di Fantasie di una tredicenne! Da non credere.
George Antheil faceva parte di quel folto gruppo di artisti d’avanguardia americani che negli anni Venti trovò un ambiente molto più congeniale a Parigi che in patria. Musicista, scrittore e inventore (il famoso brevetto n. 2.292.387 realizzato con l’amica Hedy Lamarr), frequentò Joyce, Man Ray, Stravinsky ed è noto tra gli Avvertiti per il commento sonoro del Ballet mécanique di Fernand Léger del 1924, di cui proponiamo un estratto.
A seguire Electronic dance da Walkabout (L’inizio del cammino) di Nicolas Roeg, un film tipicamente anni Settanta in cui il rapporto tra civiltà e natura viene rappresentato dal viaggio di due ragazzi attraverso il deserto australiano.
E molto anni Settanta (curiosamente uscirono lo stesso anno) era anche L’abominevole Dr. Phibes di Robert Fuest, pellicola barocca e visionaria, tra le più memorabili interpretazioni di Vincent Price.
Ben diversa la Londra vittoriana de The elephant man, che segnò (grazie a Mel Brooks) il passaggio di David Lynch dal cinema underground al mainstream.
Parecchio underground è anche Liquid sky di Slava Tsukerman: tossici, alieni malintenzionati e fashion nella New York fatiscente dei tempi della No Wave. In parole povere, un piccolo cult.
Sui titoli di coda di questa trasmissione scorre Marienbad di Sonoko, l’unico brano che non sia tratto da una colonna sonora che però contiene qualche frammento di dialogo da L'année dernière à Marienbad di Alain Resnais. Sceneggiato da Alain Robbe-Grillet, e lontanamente ispirato al romanzo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, da cui trasse un raffinatissimo film omonimo Emidio Greco nel 1974.
Romanzo e pellicole incentrati sulla naturale evanescente e spettrale delle rappresentazioni e sull’ambiguo, a volte vampiresco, rapporto tra vita e arte.
Buone visioni!






Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EDWARD ARTEMIEV, Stalker – Theme (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  3. PAUL GIOVANNI, Festival (The wicker man, 1998)
  4. ART ZOYD, Le voyage de Harker (Nosferatu, 1990)
  5. POPOL VUH, Hüter der Schwelle (Herz aus Glas, 1977)
  6. LUBOS FISER, The magic yard (Valerie a týden divů, 2006)
  7. THIRD EAR BAND, Fleance (Music from Macbeth, 1972)
  8. JOHN MORRIS, Dr. Treves visits the freak show and elephant man (The elephant man, 1980)
  9. GEORGE ANTHEIL, Ballet mecanique – excerpt (Dada et la musique, 2005)
  10. JOHN BARRY, Electronic dance (Walkabout, 2016)
  11. SLAVA TSUKERMAN, Fashion show (Liquid sky, 1983)
  12. BASIL KIRCHIN, Phibe's preparation (The abominable Dr. Phibes, 1971)
  13. EDWARD ARTEMIEV, Solaris – Listen to Bach (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  14. SONOKO, Marienbad (La débutante, 1987)
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08/04/2022

Buona Pasqua

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L'odierna puntata di Vintage Season è dedicata all'imminente Pasqua, purtroppo funestata dalla guerra in corso.
Non smettiamo però di sperare in un futuro di pace e armonia tra gli uomini e con gli altri esseri viventi, come nella copertina del disco dei Popol Vuh.
Buona Pasqua a tutti!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FAHEY, Episcopal hymn (Death chants, break downs & military waltzes, 1964)
  3. THE BYRDS, Turn! Turn! Turn! (Turn! Turn! Turn!, 1965)
  4. 16 HORSEPOWER, Black soul choir (Sackcloth'n'ashes, 1995)
  5. STRAWBS, The man who called himself Jesus (Strawbs, 1969)
  6. POPOL VUH, Kyrie (Hosianna mantra, 1972)
  7. WOVEN HAND, A holy measure (The Threshingfloor, 2010)
  8. POPOL VUH, Du Tränke Mich mit Deinen Küssen (Das Hohelied Salomos, 1975)
  9. BRUCE PALMER, Calm before the storm, (The cycle is complete, 1970)
  10. LEO KOTTKE, Easter (My feet are smiling, 1973)
  11. KINO GLAZ, S. Michele Arcangelo (Al passo con l'Arcangelo, 1988)
  12. CURRENT 93, They return to their earth (Emblems: the menstrual years, 1993)
  13. TREMBLING BELLS, Christ's entry into Govan (Dungeness, 2018)
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25/03/2022

Salvador Dali's garden party

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Vintage Season incontra la settima arte. Iniziamo e concludiamo con due brani tratti dalla colonna sonora di uno dei nostri film preferiti: Phantom of the Paradise di Brian De Palma, visione indispensabile per comprendere lo spirito della prima metà degli anni Settanta.
Dan Treacy sogna di essere invitato a una festa all'aperto nel giardino di Salvador Dali: è una grande occasione, ci saranno famosi pittori, poeti e celebrità di Hollywood. Dan in gran spolvero si aggira tra Jack Nicholson e Dennis Hopper, Mia Farrow e Woody Allen.
I Times di Edward Ball, sodale e amico fraterno di Dan Treacy, da par loro immaginano di aiutare la fuga di Patrick McGoohan dal Villaggio. "I'm not a number! I'm a free man!".
The King of Luxemboug, avatar pop del serissimo Simon Fisher Turner, canta la sua passione per due attrici iconiche, per quanto a dir poco lontane tra loro: Valerie Leon e l'algida Lee Remick.
Giù la testa! C'è in giro Charlton Heston che, seguendo una logica tutta sua, tende a sparare a tutto quello che si muove.
Wild Man Fischer era un individuo ben strano che nel 1969 pubblicò un album (doppio!) per la Bizarre di Zappa. Le cronache riferiscono che Fischer mise a dura prova i nervi di Zappa, anche produttore del disco. La versione che proponiamo di Jennifer Jones è opera degli Avant Gardeners di Russell Murch, anch'egli un tipo piuttosto bizzarro.
Omaggio a un'altra grande attrice da parte dei Blue Oyster Cult; visto che siamo in vena di confidenze uno dei nostri gruppi preferiti.
Stan Ridgway, da narratore di razza, compie il piccolo miracolo di condensare un film noir in poco più di quattro minuti. Hats off!
Atmosfere in bianco e nero anche per Louis Philippe: Touch of Evil è il titolo originale de L'infernale Quinlan di Orson Welles con, sempre occhio alla capoccia, Charlton Heston.
Llorando ci riporta alla mente una delle scene più intense di Mullholland Drive, forse il film più lynchiano di David Lynch.
Non pochi sono stati gli attori che si sono cimentati con la musica; tra questi David Hemmings, indimenticabile protagonista di Blow-Up e Profondo rosso, che nel 1967 pubblicò per la MGM Happens, delizioso album di covers a cavallo tra folk rock e psichedelia.
Infine, Peter Hammill si chiede dove vanno gli attori dopo lo spettacolo e Susumu Hirasawa ci regala la versione strumentale di Parade dalla colonna sonora del visionario Paprika di Satoshi Kon.
Buone visioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE JUICY FRUITS, Goodbye, Eddie, Goodbye (Phantom of the Paradise, 1974)
  3. TELEVISION PERSONALITIES, Salvador Dali's garden party (Privilege, 1989)
  4. THE KING OF LUXEMBOURG, Valleri (Royal bastard, 1987)
  5. THE TIMES, I helped Patrick McGoohan escape (Pop goes art!, 1982)
  6. THE KING OF LUXEMBOURG, Lee Remick (Sir, 1988)
  7. STUMP, Charlton Eston (A fierce pancake, 1988)
  8. YE AVANT GARDENERS, Jennifer Jones (Ye Church of the Inner Cosmos, 1983)
  9. BLUE OYSTER CULT, Joan Crawford (Fire of unknown origin, 1981)
  10. STAN RIDGWAY, Drive she said (The big heat, 1986)
  11. LOUIS PHILIPPE, Touch of evil (Appointment with Venus, 1986)
  12. REBEKAH DEL RIO, Llorando (David Lynch's Mullholland Dr., 2001)
  13. DAVID HEMMINGS, War's mistery (Happens, 1967)
  14. PETER HAMMILL, After the show (Skin, 1986)
  15. SUSUMU HIRASAWA, Parade (Paprika, 2006)
  16. PAUL WILLIAMS, The hell of it (Phantom of the Paradise, 1974)
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11/03/2022

Hope Road

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L'otto marzo è giunto più o meno a metà tra le ultime due puntate di Vintage Season. Lo celebriamo pertanto un po' in ritardo con una puntata tutta al femminile. Dedicata a tutte le donne e in particolare alle nostre ascoltatrici e in particolare a Stella!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ANNA DOMINO, Drunk (Anna Domino, 1986)
  3. ANNE CLARK, Hope Road (Hopeless cases, 1987)
  4. STRAWBERRY SWITCHBLADE, Deep water (Strawberry Switchblade, 1985)
  5. THICK PIGEON, Subway (Subway, 1982)
  6. DANIELLE DAX, Inky bloaters (Inky bloaters, 1987)
  7. ANNETTE PEACOCK, My mama never told me how to cook (X-Dreams, 1978)
  8. MARLENA SHAW, Woman of the ghetto (The spice of life, 1969)
  9. TINA & DAVID MELTZER, Pure white place (Poet song, 1969)
  10. BRIGITTE FONTAINE, Le goudron (Comme à la radio, 1969)
  11. BRIGITTE FONTAINE & STEREOLAB, Cache cache (Caliméro, 1998)
  12. THE RAINCOATS, Shouting out loud (Odyshape, 1981)
  13. MEREDITH MONK, Gotham lullaby (Dolmen music, 1981)
  14. MARNIE, Songs hurt me (Songs hurt me, 1988)
  15. THE TRIFFIDS, Raining pleasure (Raining pleasure, 1984)
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25/02/2022

Charlie and Charlie and Other Stories

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Giunto è il momento di dedicare una puntata di Vintage Season agli autori della nostra simpatica sigla: gli ineffabili, inclassificabili, elusivi Slapp Happy.
Nati nel 1972 ad Amburgo dall'incontro (non il primo) tra la tedesca Dagmar Krause, il britannico Anthony Moore e lo statunitense Peter Blegvad pubblicano in quell'anno Sort of e due anni dopo un album omonimo, entrambi per la Polydor. Registrati nei leggendari studi di Wumme dei Faust, i quali non mancano di dar manforte agli amici, sono due dischi bizzarri, apparentemente leggeri, difficilmente inquadrabili. Qua e là sembra di scorgere echi dei Velvet di Loaded (Blue flower), asperità beefheartiane stemperate in salsa pop e un impalpabile zappismo di fondo di marca faustiana.
Alla Polydor non sono soddisfatti, il gruppo trasloca armi e bagagli in Gran Bretagna e fa comunella con gli Henry Cow per In praise of learnig e Desperate straights. La Krause rimarrà, Moore e Blegvad hanno altre aspirazioni.
Tra le innumerevoli fliazioni di Henry Cow / Slapp happy ci sono gli apocalitti Art bears (The winter wheel) e News from Babel (Arcades).
Altre cose le prendiamo dal repertorio di Peter Blegvad e Anthony Moore, musicista a cavallo tra avanguardia e pop sofisticato, un po' alla Simon Fisher Turner.
La versatile voce di Dagmar Krause ci accompagnerà in diversi brani, tra cabarettismo brechtiano e sperimentazioni giovanili (I.D. Company con Inga Rumpf).
Nine minerals emblems è tratto da Kew Rhone, disco straordinariamente stratificato sia sul piano testuale sia su quello musicale. Accreditato a Peter Blegvad, Lisa Herman e John Greaves (bassista di Henry Cow) è notoriamente un album molto amato dai canterburiani.
Ritroviamo Peter Blegad e John Greaves nell'unico album di The lodge, in talentuosa compagnia di Jakko M. Jakszyk, Kristoffer Blegvad e Anton Fier (Lounge lizards, Golden palominos, Pere Ubu...).
Un'ultima curiosità, prima di lasciare spazio agli immensi Faust: Charlie'n Charlie è la versione cantata della nostra sigla abituale. Il secondo album del gruppo, condizionato al suo apparire dalle scelte della casa discografica, fu ripubblicato nel 1980 dalla benemerita Recommended nella sua concezione originaria e con il titolo di Acnalbasac noom (tipico gioco di parole blegvadiano). Charlie'n Charlie are the same!

Tracklist:

  1. SIGLA. SLAPP HAPPY, Charlie'n Charlie (Acnalbasac noom, 1980)
  2. SLAPP HAPPY, Blue flower (Slapp happy, 1972)
  3. I.D. COMPANY, Dünne, Gläserne Frauen (I.D. Company, 1970)
  4. PETER BLEGVAD, King Strut (King Strut and other stories, 1990)
  5. ANTHONY MOORE, Judy get down (Flying doesn't help, 1979)
  6. GREAVES/BLEGVAD/HERMAN, Nine minerals emblems (Kew Rhone, 1977)
  7. ART BEARS, The winter wheel (Winter songs, 1979)
  8. NEWS FROM BABEL, Arcades (Sirens and silences, 1984)
  9. DAGMAR KRAUSE, Barbara song (Supply & demand, 1986)
  10. SLAPP HAPPY, The unborn Byron (Ça Va, 1998)
  11. PETER BLEGVAD, How beautiful you are (The naked Shakespeare, 1983)
  12. THE LODGE, The song (Smell of a friend, 1988)
  13. ANTHONY MOORE, A.B.C.D. Gol'Fish (Pieces from the cloudland ballroom, 1971)
  14. FAUST, Jennifer (Faust IV, 1974)
Listen / Info
11/02/2022

Children of the Universe

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Dal 1969 della scorsa puntata all'anno successivo, quando Paul Kantner pubblica Blows against the empire. Sorta di concept album, passerà alla storia anche solo per la partecipazione di membri di Grateful Dead e CSNY.
Protagonista del disco è l'astronave Hijack, destinata a raccogliere le menti migliori di una generazione per portarle lontano da un pianeta rivelatosi brutto, sporco e molto cattivo.
Alle avventure della novella arca di Noè diedero un seguito quattro anni dopo gli Amon Duul II con un disco che portava per l'appunto il nome del veicolo spaziale, purtroppo appartenente alla fase discendente della loro creatività ma comunque godibile.
A distanza di oltre mezzo secolo appare evidente che le menti migliori sono quelle che hanno fatto più soldi. E che lo spazio da prospettiva di rinnovamento per l'umanità si è trasformato in luogo di salvezza per i super ricchi che vi si rifugeranno dopo aver spremuto il pianeta come un limone, concetto ormai entrato nel senso comune grazie a una serie di romanzi e film, ultimo in ordine di tempo Don't look up di Adam McKay.
Per chi non salirà sulle scialuppe di salvataggio resta la fantasia: "Thinking is the best way to travel" dicevano i Moody Blues.
Affrettiamoci dunque al terminal per imbarcarci sul razzo Ariane dove ci attendono il Capitano Bardot e il Navigatore Spirituale Sun Ra.
Breve tappa a Base Luna dove il tenente Ellis ci offre emglish tea e tramezzini con i cetrioli coltivati nelle serre idroponiche dell'avamposto SHADO. Ripartiamo scortati per un tratto dagli intercettori che, prima di virare, fanno esplodere in allegria tre testate nucleari di buon augurio.
Simpatici incontri nello spazio con la Space baby e il Traveller, ma per sfuggire al temibile Star cannibal finiamo per perdere la rotta!
Ce la vediamo brutta ma per fortuna riceviamo una telefonata dal tenente Ellis che ci fornisce le indicazioni per il più vicino Galactic supermarket, di quelli aperti tutta la notte.
Pieno di carburante, piadina birretta caffè, qualche souvenir e siamo pronti per ripartire.
Meta finale i Children of the universe! Siamo pronti a tornare all'astroporto con rinnovata coscienza.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BRIGITTE BARDOT, Contact (Show, 1968)
  3. HONEYMOON KILLERS, Ariane (Les tueurs de la lun de miel, 1982)
  4. THE B-52's, There's a moon in the sky (The B-52's, 1979)
  5. THE TUBES, Space baby (The Ubes, 1975)
  6. AMON DUUL II, Traveller (Hijack, 1974)
  7. BRIAN RITCHIE, Sun Ra Man from outer space (Sonic temple, 1988)
  8. HAWKWIND, Star cannibal (Church of Hawkwind, 1982)
  9. CHROME, Nova feedback (Alien soundtracks, 1977)
  10. IL BALLETTO DI BRONZO, Missione Sirio 2222 (Sirio 2222, 1970)
  11. DANIELA CASA, Ignoto (Società malata, 1975)
  12. ALFREDO TISOCCO, Galassie (Katharsis, 1975)
  13. COSMIC JOKERS, Galactic supermarket (Galactic supermarket, 1974)
  14. COMUS, Children of the universe (To keep from crying, 1974)
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28/01/2022

Lucifer over London

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“Ungiti e vieni! Ungiti e vieni! - urlavano tutti in un coro selvaggio intorno a lui -. Unisciti alla Danza che non muore mai! Alla dolce e tremenda fantasia del male!”.
(Algernon Blackwood, Antichi sabba)

Alla fine di settembre del 1969 il vostro Shadow Weaver giungeva al compimento del quinto anno d’età. Comprensibilmente non aveva un’idea precisa di quanto accadesse al di fuori della cerchia familiare. “Ricordo il senso di eccitazione causato dal primo allunaggio. Non avevo idea che quell’anno avrebbe segnato la fine del sogno hippie.” dice il nostro. “In effetti non sapevo nemmeno cosa fosse un hippie!”.
Per i dotti due eventi segnano il brusco risveglio dalla sbornia psichedelica: il concerto degli Stones ad Altamont del 6 dicembre e i crimini della Family di Manson. Ma già l’anno prima uscì sugli schermi Rosemary’s Baby, capostipite del moderno horror urbano, al contempo sintomo e causa del prepotente ritorno in scena del Biforcuto.
In quel clima di fine dei tempi alcuni si consegnano volontariamente ai suoi avidi artigli. Altri, come i Black Sabbath, devono circondarsi di simboli apotropaici per evitare l’arruolamento coattivo nelle schiere dei suoi adoratori. Altri ancora si indirizzano verso forme meno pericolose di spiritualità, gettando le fondamenta del New Age a venire.
Lo spirito dell’epoca influenza inevitabilmente la musica giovanile, soprattutto britannica, anche se pochi sono quelli che intattengono rapporti con il milieu magico e occultistico: Graham Bond, Jimmy Page, Black Widow sono i nomi più noti.
In questa puntata incontreremo pertanto Comus e Azathoth, tombe egizie e satanassi, il negromante e le streghe del lago Balaton degli esotici East of Eden. Chi più ne ha ne metta, prima della conclusione esorcistica affidata ai Current 93: we’re sick sick sick of six six six!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLACK SABBATH, Black Sabbath (Black Sabbath, 1970)
  3. GUN, Race with the Devil (Gun, 1968)
  4. ATOMIC ROOSTER, All in Satan’s name (Made in England, 1972)
  5. COMUS, Song to Comus (First Utterance, 1971)
  6. THIRD EAR BAND, Dragon Lines (Alchemy, 1969)
  7. BLACK WIDOW, In Ancient Days (Sacrifice, 1970)
  8. EAST OF EDEN, Bathers (Mercator Projected, 1969)
  9. MIGHTY BABY, Egyptian Tomb (Mighty Baby, 1969)
  10. ARZACHEL, Azathoth (Arzachel, 1969)
  11. VDGG, Necromancer (The Aerosol Grey Machine, 1969)
  12. CURRENT 93, Lucifer over London (Lucifer over London, 1994)
  13. KRZYSZTOF KOMEDA, Lullaby (Rosemary’s Baby, 1968)
Listen / Info
14/01/2022

Do It!

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Do it! ci esorta con la consueta foga Henry Rollins. E allora noi lo facciamo: iniziamo senza induglio la prima puntata di Vintage Season, programmaticamente dedicata alle cover. La Rollins Band attinge a Never Neverland, primo lavoro dei Pink Fairies, filiazione dei Deviants e cugini di Hawkwind & Motorhead. A seguire due interpretazioni dei Moody Blues, ad opera di Mark Nine e Bongwater. Lirica e sognante la prima, scarnificata e amfetaminica la seconda. I Plan 9 arrivavano da Providence, capitale del Rhode Island e città in cui nacque e trascorse la maggior parte della sua esistenza H.P. Lovecraft. Se c’è un’attitudine in comune con lo scrittore è l’erudizione: studiosi dello scibile psichedelico i Plan 9 piazzavano qua e là, con acume e gusto, delle cover non banali. Qui espandono Looking at you dei MC5, tratta da Back in the USA, il secondo “reazionario” album che lasciò di stucco i fan infervorati dal precedente Kick out the jams. I Devo manipolano da par loro un brano di Allen Touissant, reperibile solo in alcune antologie ma comunque celebre grazie al film d’animazione Heavy Metal del 1981. Philip Charles Lithman era un tipo interessante: inizia la sua carriera con i Chilly Willy and the red hot peppers, gruppo britannico di pub rock, per poi varcare l’oceano e aggregarsi ai Residents, diventadone di fatto un membro. Da buon modernista omaggia I Kraftwerk con la celeberrima The model. Sorprendente la scelta degli Swans di inserire nell’album The burning world una delicata versione di Can’t find my way home dei Blind Faith, supergruppo al quadrato nato dall’incontro tra Steve Winwood, Rick Grech, Eric Clapton e Ginger Baker. Inconfondibile la voce di Jarboe. Altra voce femminile quella di Kendra Smith: già con Dream Syndicate, Opal e Clay Allison, nel suo secondo album solista inserì una bella interpretazione di Bold marauder di Richard Fariña, sulla cui vicenda umana e artistica vale la pena di leggere Positively 4th street di David Hajdu. Difficile dire cosa non abbiamo sperimentato I Coil nel corso della loro esistenza; tra queste Who by fire di Leonard Cohen. Parentesi francofona con Honeymonn Killers e Luna. I primi, sorta di versione new wave degli Aksak Maboul, ci conducono a velocità sostenuta lungo la Route Nationale 7 in compagnia di un perplesso Louis Charles Augustin Georges Trenet, più noto semplicemente come Charles. I secondi invece, in compagnia di Letitia Sadier degli Stereolab, omaggiano Serge Gainsbourg con quella Bonnie and Clyde originariamente registrata in coppia con Brigitte Bardot. Ma prima dei Luna c’erano I Galaxie 500, qui alle prese con una canzone di Yoko Ono dal titolo meravigliosamente zen: Listen, the snow is falling. A chiudere questa prima emissione, una riflessione sulla vanità delle cose scaturita dalla penna di Tony McPhee. Contenuta in Solid dei Groundhogs, anno 1974, Sad go round venne ripresa un ventennio dopo dai Current 93. Ad accompagnare David Tibet in quell’occasione erano Michael Cashmore e Nick Saloman alias Bevis Frond. E si sente!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ROLLINS BAND, Do It (Do It, 1988) [PINK FAIRIES]
  3. MARK NINE, Tuesday Afternoon (This Island Earth, 1994) [MOODY BLUES]
  4. BONGWATER, Ride my See-Saw (Double Bummer+, 1989) [MOODY BLUES]
  5. PLAN 9, Lookin’ at You (Plan 9, 1984) [MC5]
  6. DEVO – Working in a Coalmine (Hardcore Devo Volume 2, 1991) [ALLEN TOUSSAINT]
  7. SNAKEFINGER – The Model (Chewing hides the Sound, 1979) [KRAFTWERK]
  8. SWANS, Can't find my Way Home (The burning World, 1989) [BLIND FAITH]
  9. KENDRA SMITH, Bold Marauder (Five Ways of Disappearing, 1995) [RICHARD & MIMI FARINA]
  10. COIL, Who by Fire (Horse Rotorvator, 1986) [LEONARD COHEN]
  11. HONEYMOON KILLERS – Route Nationale 7 (Les tueurs de la lun de miel, 1982) [CHARLES TRENET]
  12. LUNA, Bonnie and Clyde (Penthouse, 1995) [SERGE GAINSBOURG]
  13. GALAXIE 500, Listen, the Snow is falling (This is our Music, 1990) [YOKO ONO]
  14. CURRENT 93, Sad Go Round (Lucifer over London, 1994) [GROUNDHOGS]